RICARDA HUCH.
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LE MEMORIE DI LUDOLF URSLEU IL GIOVANE.
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Parte 2.
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Titolo originale: ERINNERUNGEN VON LUDOLF URSLEU DEM JNGEREN.
Traduzione di Maria Luisa Rossi
1945. Gentile Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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25.
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Durante tutto quel tempo il bisnonno ricevette regolarmente le lunghe liete lettere di Galeide. Aveva l'abitudine, dopo averle lette per conto suo, di farsele leggere ancora una volta ad alta voce da me, ma io per diversi motivi non sempre lo facevo volentieri. Vi era in esse un miscuglio, sia pur gradevole, di notizie rapide, speranze, affettuosit, nostalgia - ma non molta - e un'infinit di quelle che con un termine breve si possono chiamare sciocchezze. Poich a tutto quello che le passava per le mani ella imprimeva per cos dire il suo suggello: una maschera ridente; come un cancelliere non lascia partire un documento che non rechi l'impronta del suo sigillo o del suo anello; e fosse anche stato un testamento o una sentenza di morte, essa non avrebbe potuto fare a meno di introdurre furtivamente in un angolo di quelle pagine severe quel suo impertinente contrassegno. Al tempo stesso era come se dalle sue lettere spirasse l'aria sottile delle montagne, sicch un'invidia dolente mi coglieva di quel paese felice nel quale essa viveva come nel grembo del Paradiso. Quando poi sopra i miei sogni nostalgici scendeva l'ombra massiccia delle larghe case monotone, un disgusto e una ribellione mi prendevano, un odio verso la mia citt natale, quasi mi fosse una prigione. Questo era in un certo senso esatto, poich io ero obbligato a restarvi come un prigioniero alla catena e ne aborrivo il nudo, impudente selciato non meno di quello la putrida paglia su cui  costretto a giacere.
Non avevo allora n un dio n un eroe, e neppure un amore o un amico a cui guardare con una dedizione incondizionata; e poich  un sentimento religioso quello che d le ali al figlio della terra, sulle quali librarsi come un uccello al di sopra di questa nostra uniforme sfera, sarebbe stata davvero una vita bassa e animalesca la mia se non mi avesse protetto la natura infinitamente buona. Da quell'estate passata sulle miti alture dello Harz l'amore della natura si era ridestato in me, press'a poco come avviene quando ci torna in mente una vecchia canzone che, bambini, cantavamo con le vocine chiare la sera di Natale o giocando su un prato. Il ricordo del tempo trascorso da ragazzo sul Wallensee componendo versi e contemplando pieno di stupore le montagne nevose, quasi antichissimi progenitori nostri o divinit del passato, torn ad affiorare alla mia coscienza, paragonabile al tesoro sepolto nel fiume che allo scoccare dell'ora magica si muove per far scintillare nel plenilunio il suo color di rubino. A poco a poco riapparvero nitidissime ai miei occhi le immagini degli stupendi paesaggi svizzeri, e poich vi  un'affinit tra tutto ci che  bello, le alture boscose dello Harz mi parvero sorelle di quegli imponenti monti rocciosi ed io parlai a loro come se li rivedessi dopo un lungo tempo, durante il quale avevo errato sconsideratamente e senza meta attraverso squallide solitudini e mi accusai di aver troppo indugiato a tornare. Ma la natura  saggia e non serba rancore; a chiunque la invochi essa apre le braccia, e per le labbra che hanno sete di lei ha sempre il bacio dell'amore e del perdono. A me parve che avesse la virt di purificarmi e di ringiovanirmi, che possedesse quella rugiada che lava il peccato, anche se  rosso di sangue e quell'acqua del Lete di cui si inebriano le anime dolenti. Fra certi monti, certi alberi e me, vi era addirittura come una segreta intesa, e quand'ero in citt giocavo a illudermi che essi scrutassero oltre la piatta landa di Lneburg per cercarmi e si chiedessero, scuotendo il capo, dove mai ero andato a finire. Allora con l'immaginazione mi buttavo sul muschio e singhiozzavo: Non sapete, dunque, che sono povero? Povero e schiavo. E il mio cuore si riempiva di amarezza, come se in tutto il mondo si festeggiasse il Natale ed io solo non avessi ricevuto nulla, proprio nulla. Ma poi udivo gli alberi con il loro mormorio profondo dirmi parole divine di consolazione che, anche se tutto non era che un sogno, mi entravano davvero nell'anima e la pacificavano.
Oggi ancora, mentre dalla mia finestra contemplo montagne superbe e verdi pascoli, debbo dirmi che nulla mi sembra pi ingiusto e pi duro della diversit della terra da cui ciascuno ha origine. Molti conoscono le meraviglie della natura solo dai libri che su di esse hanno scritto esseri pi fortunati e, quanto meglio ne  riuscita a costoro la descrizione, tanto pi grande  la nostalgia di chi legge. Ma anche al privilegiato che pu andare a visitare i paesi della sua anima, essi rimangono pur sempre contrade straniere ed egli non vi ha parte. Certo muove a sdegno vedere altri che se la godono e patire la fame, pur lavorando onestamente e sfaticando; ma lottare e tendere al possesso dei beni materiali, che son prodotti dall'uomo,  pur sempre possibile e gi in questo si trova un appagamento. Quando invece la natura  stata avara, sia menomandoci interiormente o nel fisico, sia sottraendosi essa a noi,  come se una maledizione ci sia stata posta come dono di battesimo nella culla. Qualcuno riuscir forse a vincerla attingendo alle proprie energie spirituali, ma chi non ne  capace non si dovrebbe n rampognare n tenere in dispregio: costui  come un bimbo trascurato che nei giorni della crescita ha succhiato latte poco nutriente o misurato in scarse dosi.
Galeide invece era stata condotta dalla sua stella luminosa in una terra promessa e l i suoi succhi ricominciarono a zampillare e i suoi rami a rinverdire, sicch appena gli elementi la muovevano era, come una foresta, tutta un allegro mormorio. Talvolta pensavo di rimproverarle quell'andar cos lietamente orgogliosa delle proprie forze, quell'apparire ormai come staccata da noi, lontana com'era dalle meschine tribolazioni della nostra vita. Tuttavia mi dicevo che nelle sue lettere non si poteva leggere tutto e che non tutto quello che vi si leggeva era poi cos nella realt. Avrei forse dovuto rallegrarmi se si fosse staccata da Ezard, eppure, ove questo fosse avvenuto, il mio cuore lo avrebbe sentito piuttosto come un tradimento volgare; nondimeno l'unica cosa possibile mi pareva che vi fossero ancora dei rapporti tra loro, sebbene me ne mancassero le prove e n Ezard n altri vi avessero mai accennato. Tanto indissolubilmente congiunti apparivano a chiunque li vedesse insieme.
Le mie supposizioni ricevettero inattesa conferma da un incidente capitatomi una sera che ero andato al camposanto a visitare le tombe dei miei genitori. Esse erano circondate da alti cespi di rose che mio padre stesso aveva fatto piantare dopo la morte della mamma. In quella stagione - si era d'estate - erano in piena fioritura e diffondevano un profumo intenso che era poi la ragione vera per cui io andavo l. Quella sera trovai seduto sulla fossa di mio padre Harreke, serio e immobile; teneva in una mano un ramo secco che io riconobbi per uno di quelli che mio padre aveva fatto porgere al bimbo in segno di saluto il giorno della sua morte. L'idea di trascinarsi dietro quella frasca appassita mi sembr una romanticheria e una stravaganza che mi dispiacquero; un po' bruscamente chiesi al ragazzo che cosa stesse facendo:
"Aspetto il pap," disse, "che  presso la tomba della sua mamma".
Io chiesi:
"Perch non sei l anche tu?" Al che egli rispose: "Quella donna non la conosco; son qui dal prozio perch gli voglio bene". Questa spiegazione mi fece molto piacere e mi dispose all'indulgenza. Lo invitai ad accompagnarmi da suo padre. Ma egli scosse la testa e disse: "No, non posso. L di fronte sta tramontando il sole; bisogna che stia attento se  vero che non si muove". Non mi guard mentre mi parlava, teneva gli occhi neri e lucenti fissi sul disco purpureo del sole che si scorgeva fra i rami dei cipressi e dei pioppi. Mi diressi dunque da solo verso la tomba della mamma di Ezard, situata vicino al muro del camposanto; e poich era tutta circondata da alberi e cespugli molti fitti, solo quando vi fui prossimo mi accorsi che mio cugino giaceva disteso con tutta la persona sopra il tumulo, come un morto; la sua testa affondava nell'intrico dell'edera. Trasalii di spavento e lo chiamai pi volte per nome. Allora si risent e mi guard come uno che esca dal sepolcro per descrivere ai vivi l'orrore della morte. Respirai di sollievo, vedendo che si muoveva e avvicinatomi a lui gli domandai cosa avesse, se fosse accaduto qualche cosa di grave. Scosse la testa e mi parve di vederlo sorridere. Per qualche motivo, che per non sarei in grado di precisare, quel sorriso smarrito mi ramment Galeide e quantunque non fosse consuetudine tra noi parlare di lei, arrischiai a questo punto la domanda se il suo dispiacere la riguardasse. Mi accorsi allora subito dall'espressione del suo viso che avevo colto nel segno, poich esso, cos disanimato prima, si trasfigur, quasi avessi pronunciato la parola che dester gli uomini il giorno del Giudizio. Credo anche che mi avrebbe risposto in modo esauriente se proprio in quel momento non fosse accorso il piccolo Harre ad annunciare con enfasi che il sole era tramontato e si muoveva davvero, spostandosi piano piano, e che egli l'aveva constatato in modo irrefutabile.
Nella mia perplessit mi recai da Eva e vedendola farsi rossa appena incominciai a raccontare, compresi subito che sapeva. N ella cerc di nascondermelo, anzi mi raccont come Ezard alcuni giorni prima si fosse incontrato con Galeide in occasione di un viaggio d'affari e come dopo il suo ritorno il desiderio di lei l'avesse condotto in quello stato di disperazione nel quale io dianzi l'avevo sorpreso. I particolari dell'incontro, come si fossero messi d'accordo, e se gi prima ce ne fossero stati degli altri, non li sapeva o non li volle dire. Chiesi come spiegava che egli le si fosse confidato ed ella rispose che Ezard, nella sua angoscia, non aveva saputo a chi rivolgersi ed aveva giustamente intuito che ella non l'avrebbe condannato, ma solamente compianto, persino se egli dovesse commettere una cosa ancor pi terribile.
"Cosa potrebbe fare di pi orribile ancora?" osservai io amaramente (perch non pensavo infatti gi pi che solo poco tempo prima ero pronto a condannare Galeide se avesse rinunciato a Ezard); " causa della nostra rovina".
"Poveretto," disse Eva tristemente, "anche della propria. Davanti a una passione come questa che  in lui, lascio cadere le braccia e penso: l'uomo non pu opporsi:  Dio che la manda".
Sebbene qualche cosa di simile l'avessi gi sentito anch'io, pure non seppi fare a meno di osservare brontolando che di troppe cose si d la colpa al buon Dio; "e che Dio  poi questo", aggiunsi "che per capriccio o inconsideratezza - perch o l'uno o l'altro non pu non essere - porta tanto perturbamento e miseria nelle faccende degli uomini?" "Chiamalo destino, allora, invece che Dio", replic Eva con pazienza. Siccome l per l non sapevo cosa rispondere, lasciai Eva e andai a raccontare tutto quanto al bisnonno, cosa che certamente sarebbe stato meglio non fare. Poteva forse mutar l'accaduto o portarvi rimedio? Il bisnonno aveva dimenticato da un pezzo di essere stato un tempo d'avviso che la provvidenza avesse destinato l'un per l'altro Ezard e Galeide; ora considerava questo amore come un capriccio in cui Ezard e Galeide si fossero ostinati, per puro orgoglio, caparbiet e volont di peccare, senza curarsi del grave danno che in questo modo arrecavano agli altri, mentre altrettanto bene avrebbero potuto rinunciarvi. Crebbe pertanto la sua indignazione e quando Ezard ci venne a trovare la prima volta, prese subito a parlare del suo incontro con Galeide, senza per altro rivelare da chi ne fosse stato informato.
Ezard ascolt in silenzio senza scomporsi; nel suo viso nient'altro si leggeva fuorch la ferrea determinazione di mantenergli quella marmorea impassibilit. Tanto pi s'accese il bisnonno e nel suo volto avvizzito afflu il sangue debole e stanco a farlo avvampare, mentre gli occhi azzurrochiari lampeggiavano sotto le folte sopracciglia grige.
"Pensa a quello che eri e a quello che sei," gridava; "eri un giovane amabile e senza macchia, un vero prediletto degli dei. Ora sei un uomo guasto, un uomo finito, e tu stesso ti sei ridotto cos, con la tua scellerata passione. Si pu chiamare amore quello che trascina il suo oggetto nell'onta e nella rovina? Cos'hai fatto della mia bambina? Dov' Galeide? La sua casa paterna  abbandonata; vi abita della gente ignota e i suoi veri figli son morti, oppure dispersi e in esilio. Che tutto questo ricada su di te. Sii maledetto! Non mi stancher mai di ripeterlo e anche quando un giorno staremo davanti a Dio ti chieder conto dell'anima di Galeide!"
Cos il bisnonno nella sua disperazione impotente confondeva le cose pi disparate e rinfacciava a mio cugino delle azioni per le quali egli si era piuttosto acquistato un diritto alla nostra gratitudine. Ma Ezard non si difese e rispose soltanto press'a poco cos: "Tutto quello che dici  inutile. Io amo Galeide e Galeide mi ama. Ed io non rinuncer mai e poi mai al suo amore, quand'anche lo potessi. Persino se potessi annullare con la mia volont quanto  accaduto, non lo farei e neppure Galeide lo vorrebbe. Noi non ci lamentiamo e sopportiamo la tua maledizione. Cos' mai, in confronto della maledizione del destino sotto la quale viviamo!"
Ezard ci aveva lasciati da poco che gi il bisnonno si pentiva delle sue parole veementi. Appena la prima occasione gli si offerse, lo colm di tenerezze, confortandolo e accarezzandolo come un bimbo malato. Ezard si mantenne imperturbabile, come dianzi davanti agli scoppi della sua collera che tuttavia mi parve rattristarlo meno di quella dolcezza affettuosa di cui forse si sentiva indegno o alla quale, forse, aveva rinunciato.
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26.
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Il senato si era finalmente dichiarato disposto a partecipare ai lavori per l'impianto idrico con una somma rilevante, sicch questi si poterono riprendere. Questo successo era dovuto senza dubbio all'energia indefessa di Ezard; come Ercole, egli lavorava sotto le stelle meno propizie, senza essere da principio fortificato e spronato da risultati visibili. Certo, ora che dal mio osservatorio posso abbracciare con lo sguardo tutto il passato, riconosco che le nostre condizioni generali, grazie agli sforzi di Ezard, erano in rialzo. Allora per non si poteva sapere se questa ascesa non fosse illusoria ed effimera. E dovevano venire ancora dei giorni terribili che sembrarono condur seco la nostra rovina e dai quali ora mi prover a parlare.
Nei paesi d'oriente era scoppiato il colera. Se ne leggevano le descrizioni sui giornali non senza compassione e raccapriccio, press'a poco come si trema a teatro davanti alle terribili vicende che si svolgono sulla scena, di cui per sappiamo con certezza confortevole che esse non ci possono n colpire n raggiungere. Quando per si sent che il morbo aveva fatto la sua apparizione a Marsiglia - introdottovi da navi egiziane - un vago terrore s'impossess di noi; era come se quello spettro avesse ora messo piede in Europa e soffiasse davanti a s il suo alito avvelenato. Molti per credettero di dover ridere di un timore prematuro o ne risero davvero. Mio zio Harre era del numero di questi. Difatti, mantenendosi coerente con l'opinione che ho gi accennato, egli soleva attribuire in gran parte all'insensato terrore degli uomini le devastazioni prodotte da certe malattie. Biasimava i rapporti particolareggiati e le descrizioni dei giornali perch aumentavano lo spavento e l'ansiet della popolazione e trovava assurdo parlare del colera diversamente da come si parla di qualsiasi altra malattia, poich cos facendo ci si comporta come se vi fosse in esso qualche cosa di trascendente i nostri sensi, appartenente al regno degli spiriti, una maledizione o un fato cui non si pu sfuggire. Ci si fa il segno della croce, diceva, e si impallidisce all'udir pronunciare la parola colera, come se fosse una strega in carne e ossa, capace di avvelenare e di mandare all'altro mondo chiunque le dispiaccia.
Ricordo con chiarezza tutte le circostanze con cui incominci. Si era in giugno e faceva talmente caldo che anche le notti erano intollerabili. Una sera mi ero trascinato fin da Eva e respiravo avidamente l'aria di una camera abbastanza fresca, dove le persiane erano rimaste chiuse tutto il giorno. Heileke, la bimba, era seduta davanti a un tavolino sul quale aveva posato il suo giocattolo preferito, una specie di organetto con tastiera di metallo da cui ella traeva per mezzo di un minuscolo martello brevi suoni scampanellanti. Biondissima e bianca nel vestitino corto, sembrava un elfo dei fiori che fa musica battendo gli stami sulle delicate pareti della campanula in cui dimora. All'improvviso entr zio Harre, in un modo che subito trad l'agitazione in cui si trovava. Senza salutarmi, quantunque mi avesse visto, cominci a parlare eccitato.
"Nel quartiere del porto", disse, " avvenuto un decesso che si attribuisce a colera. Quel Wittich (il socialista renano)  venuto a dirmelo. Come sono quei gazzettieri che vorrebbero portare davanti al tribunale del popolo anche lo sbadiglio di una mosca, pretendeva che il caso fosse immediatamente reso pubblico a mezzo della stampa.  la via pi sicura per avere il colera in citt domani, se oggi non l'abbiamo ancora".
Io avevo avuto un guizzo di spavento perch provavo un orrore indescrivibile per tutte le malattie ripugnanti, e devo confessare che non avrei comprato malvolentieri un biglietto di viaggio, sbito, per fuggirmene al polo opposto del nostro pianeta. Anche Eva era trasalita, ma si contenne e chiese se fosse veramente provato che quel decesso era dovuto a colera. Zio Harre alz le spalle e disse che di quel Wittich non si poteva fidare.
"Questi socialdemocratici", aggiunse, "sono talmente avvezzi ad esagerare ed a falsare le cose che sarebbero capaci di dichiarare colera gli effetti di una sbornia; me ne accerter io stesso".
A questo punto Eva si sbianc e gettando uno sguardo preoccupato sulla piccola Heileke lo preg che non lo facesse. Zio Harre rise e disse:
"Ecco come siete! Anche con voi non avrei dovuto parlarne. La paura toglie il discernimento a tutti. Ma pensa da quanti malati vado che potrebbero trasmettermi il germe di una malattia mortale. La morte  contenuta cento volte nella boccata d'aria che respiriamo. Dobbiamo mantenere il nostro corpo in modo che si abitui a sopportare questo".
Cos dicendo si sedette accanto alla piccina sul suo minuscolo sof, se la prese in braccio e la fece ballare, mentre essa rideva di piacere perch voleva un gran bene a suo padre. Io mi irritai di quella maniera brutale di tormentare Eva e tanto pi dovetti ammirare questa: ella non trad n con una parola, n con un moto della fisionomia la sua interna inquietudine, anzi si sforz di discutere con calma e di esaminare la cosa. Ma zio Harre non ne volle tanto sentir parlare, sempre pi fermo sul suo punto di vista che tutto fosse uno spauracchio e che i socialdemocratici, secondo il loro costume, vi pigliassero gusto.
Io non riuscivo a liberarmi da un senso di raccapriccio e quella notte feci un sogno orrendo, di cui ricordo soltanto questo: potevo spaziare con lo sguardo su tutte le strade della nostra citt che erano illuminate dalla luna, silenziose e deserte; solo una figura errava in quelle ed io sapevo che era la peste. Era vestita come avevo visto una volta in un quadro, alla foggia orientale, con un turbante rosso fuoco attorno al viso smorto, paurosamente bella, con due occhi cattivi il cui sguardo uccideva. Sopra molte porte essa tracciava un segno strano ed io sapevo che tutti quelli che abitavano in quelle case dovevano morire. Alla fine giunse anche alla nostra vecchia casa che nel sogno doveva appartenerci ancora, altrimenti il mio cuore non sarebbe sussultato vedendo lo spettro avvicinarlesi. Senza far rumore varc la soglia del giardino, scivolando lungo le aiuole sulle quali vedevo i gigli fioriti oscillare e inchinarsi con un gesto strano ed espressivo; ma non tracci sulla porta d'ingresso alcun segno, e invece scivol dentro, poich essa si aperse improvvisamente da s e di nuovo si chiuse alle sue spalle. In quel punto mi destai.
Preoccupato e perplesso mi recai da Ezard, sperando che potesse rassicurarmi o che almeno sapesse cosa bisognava fare. Il mio racconto della supposta comparsa del colera non gli fece gran che impressione, in quanto egli stesso per sua natura non temeva le malattie; lo preoccup invece il contegno di suo padre in questa circostanza, come pure tutto quello che egli temeva doversi attendere da lui. Appena avrebbe avuto tempo, disse, sarebbe andato a trovarlo per consigliarsi con lui e per insistere che nessuna misura precauzionale fosse trascurata, di quante si conoscevano.
Ora, sebbene i giornali non facessero menzione del colera, n alcuno di noi ne avesse parlato, gi il giorno seguente si diffusero le voci che esso era in citt. Anche zio Harre di fronte a noi non cerc pi oltre di negarlo, pur essendo d'opinione che la sciagura non fosse tanto grave, in molte grandi citt essendoci, a sentir lui, il colera tutti gli anni, come qualunque altra malattia, senza che se ne facesse un gran caso. Manifestava una profonda irritazione contro Philipp Wittich che impetuosamente lo esortava a render pubblica tutta la faccenda e asseriva che gi dappertutto regnava agitazione e inquietudine, di modo che, proprio perch nulla si sapeva di certo, le voci pi esagerate potevano diffondersi senza controllo. Ma quanto pi questi insisteva, tanto pi zio Harre si teneva ostinatamente fermo sul parere opposto, asserendo che lo zelo di Wittich era assurdo e di origine non precisamente disinteressata, avendo egli stesso addirittura messo in giro quelle voci per malanimo personale; e mentre sempre pi si faceva persuaso di questo, dimenticava a sua volta trattarsi di una questione di interesse pubblico che egli avrebbe dovuto esaminare spregiudicatamente e senza pensare a s o ad altri, per il meglio della citt.
Il numero dei decessi sal ora a tal punto che non fu pi possibile nasconderlo. Come un fuoco, dopo aver covato per molto tempo nascosto, divampa all'improvviso alla luce del giorno con fiamme di impressionante violenza, cos il morbo temuto parve tutt'ad un tratto incombere gigantesco perch i suoi subdoli inizi non erano stati osservati. Un folle terrore della morte si impossess allora di tutti. Nessuno sapeva cosa doveva fare. Molti presero la fuga. I rimasti, in parte non osavano quasi pi prender cibo nel timore di introdurre nel proprio corpo dei veleni, in parte vivevano pi imprudentemente di prima, ostentando un'audacia temeraria, quasi avessero di fronte un nemico dal quale non bisognava lasciarsi sorprendere a compiere atti di vilt. E poich non c'era spiegazione per una sciagura cos improvvisa e generale, gli sguardi si volsero alle autorit e dei rimproveri non tardarono a levarsi, quasi che esse, corrotte dal sinistro ospite, avessero in una notte di nebbia lasciato segretamente entrare nel porto addormentato il suo vascello fantasma.
Zio Harre, nella sua qualit di capo del collegio sanitario, fu direttamente colpito da queste accuse. Ricordo una sera che venne a trovarci a tarda ora, cosa che tanto pi ci sorprese, in quanto egli non aveva l'abitudine di farsi vedere di frequente in casa nostra. Il bisnonno era seduto in un angolo del sof, assorto nelle sue fantasie ed io suonavo il piano nella stanza attigua che era rimasta al buio. Entrambi lo accogliemmo con quella simpatia che richiedeva la sua situazione presente, grave e tribolata. Ancora vedo davanti a me l'alta figura snella; stava eretto come sempre, ma non tanto per slancio naturale quanto per uno sforzo della volont. Prima di sedersi, chiese se avevamo paura del contagio, altrimenti sarebbe andato via subito; aggiunse che sarebbe stato un timore infondato, poich egli usava prendere tutte le precauzioni del caso. Il bisnonno disse di no e lo preg di restare; era realmente intrepido come l'Ebreo Errante di cui si racconta che poteva andare a letto con la peste senza restarne contagiato. I vegliardi sogliono opporre alle calamit del mondo una nobile imperturbabilit che si spiega facilmente col fatto che ne hanno viste tante avvicinarsi e anche le pi terribili passare senza rimanerne colpiti. Io invece mi sedetti a una certa distanza dallo zio Harre, senza che ci desse troppo nell'occhio. Allora egli incominci a fare un racconto straordinariamente chiaro delle condizioni della citt, dell'origine e del corso del male. Il guaio fondamentale, diceva, era l'impianto idrico difettoso che in ogni casa introduceva il germe del morbo. Tutto sarebbe stato diverso se il nuovo impianto fosse stato gi pronto e in opera; adesso, in conseguenza dell'epidemia, la citt avrebbe dovuto spendere e perdere somme ben maggiori di quanto le sarebbe costato un intervento tempestivo e radicale nei lavori. Disse anche quante cose necessarie mancavano: case in cui isolare i malati, infermieri per curarli, inoltre disposizioni opportune, che entrassero subito in vigore, affinch anche i privati sapessero come comportarsi e fossero sorvegliati nelle misure da prendere. Di tutto questo, diceva, la colpa era, in parte, sua, ma ancor di pi della eccessiva parsimonia del senato che dava la sua approvazione ad opere di interesse pubblico per lo pi solo quando non andavano disgiunte da una pompa esteriore e queste poi rimandava da un anno all'altro se non vi scorgeva un vantaggio immediato. Raccontava tutto con calma, con una seriet e una semplicit che in lui non erano consuete. Il bisnonno ascoltava volentieri e con partecipazione attenta, e s'inform di cosa mio zio intendesse fare per riparare a quelle omissioni.
Zio Harre disse: "Non faccio molto, ma faccio tutto quello che posso. Mi sono impegnato con la mia persona nel posto pi pericoloso. Nel popolo si dice che i signori non pensano che a s e a vivere indisturbati nell'agiatezza, lasciando che i poveri crepino nei loro quartieri miserabili. E chi non capirebbe che quegli infelici debbono pensare cos, essi che sono davvero le prime vittime e i meno forniti d'aiuto? Io ne posso salvare pochissimi. Ma tutta la mia giornata la passo negli ospedali; a casa vado solo per qualche momento e mi impongo di non vedere Eva e la piccola per non metterle nel pericolo. Eva non voleva, ma poi ha ceduto perch ha visto la mia paura. Tutto il resto l'ho passato a Ezard. Perch a me manca quella superiorit che viene da una calma interiore, la prontezza nel decidere quali misure siano utili da prendere e, quello che conta di pi, la prontezza nell'applicarle. Sono diventato vecchio. Un tempo l'ostilit mi era di stimolo ad agire con maggiore energia; adesso, invece, mi paralizza. Ma ora  anche di natura diversa: provo come un'oppressione costante che non si allenta mai, e quando cerco di rendermi conto cosa sia,  la parola disonore che mi suona all'orecchio: tutte le forze di cui dispongo ancora le adopero per portare questo peso insolito, fin che va".
Mi colse una compassione infinita che ancora s'accrebbe nel vedere l'espressione commossa del bisnonno e la sua affabile amorevolezza verso lo zio Harre, che per la prima volta dopo tanto tempo vinceva l'antica avversione. "Queste calamit", diceva il bisnonno con dolcezza, "hanno per gli uomini, accanto al male, anche il loro bene. Nel corso ordinario della vita tutti ci abbandoniamo troppo facilmente all'andazzo quotidiano indulgendo a noi stessi, poich quanto ogni giorno ci  richiesto esige soltanto un'energia moderata che  facile attingere in misura sufficiente. Ma ove sopravvengano straordinarie venture con le loro esigenze inconsuete, l'uomo rientra in s, scopre e manifesta la sua parte migliore che forse altrimenti nessuno sarebbe riuscito a vedere. Ogni capacit di sentire e tutte le altre virt vengono potenziate e non si chiama toccare nella vita il vertice quando si diventa consapevoli di s e si pu dispiegare intieramente le proprie energie spirituali?"
Gli occhi dello zio Harre lampeggiarono un istante come un tempo ed egli disse con fuoco: "S, questo  bello e vero". Indi aggiunse lentamente: "Ma per me  troppo tardi. Come me potr sentirsi un albero quando in marzo sopraggiungono i venti tiepidi ed il sole lo riscalda; ma esso non pu pi metter foglie e fiorire al pari degli altri, perch l'inverno per lui  stato troppo crudo. Son diventato vecchio". Detto questo ricadde nel suo abbattimento e appoggi la testa a una mano. Il bisnonno gli si accost e gli pose una mano sulla spalla. "Harre," disse commosso, "il Signore ti ha fornito cos generosamente di grandi, di splendide doti. Se tu riconosci, o ti par di riconoscere, di non averne sempre fatto quell'uso saggio che avresti potuto, ecco che d'un solo tratto tu acquisti quello che, forse, ti mancava ancora. Tu non sei troppo vecchio per non poterti risollevare da una sconfitta e sperare in giorni migliori".
"Non troppo vecchio", replic zio Harre; "ho appena sessantacinque anni, dunque pi di venticinque meno di te. Ma sono diverso da te ed ho anche vissuto diversamente. Tu ci conosci; la nostra famiglia ha molte, splendide doti, ma ci manca qualche cosa. Come devo dire?  il senso della misura? L'umana discrezione? S,  questo; ed  questo che ci ha fatto tenere in dispregio gli uffici pi umili. Abbiamo sempre voluto star sulle cime; non abbiamo mai voluto incominciare a servire dal basso. Cos io mi sono logorato in una tensione eccessiva e non ho avuto riguardi per il mio povero cervello. Santo Dio! Con quali speranze mi sono buttato nella vita! E poich le forze mi reggevano non mi accorgevo se quelle si avveravano o meno e continuavo a sperare ed a vivere. Com' finito mio fratello? Come finir mio figlio? Dietro a me non vi son che rovine e rovina  l'eredit che io lascio agli altri".
Dopo che zio Harre ebbe finito di parlare, il bisnonno rimase seduto nella sua poltrona in silenzio e soprapensiero. Sembrava che scrutasse in fondo alla sorgente della memoria di tutte le cose che, secondo la leggenda, scaturisce con mormorio eterno presso le radici del frassino annoso.
"S", disse dopo una lunga pausa; "la fortuna non  pi n con noi n con voi. E poich  mia sacrosanta convinzione che una Giustizia imperscrutabile e tuttavia incorruttibile ci governi, bisogna dire che noi stessi siamo colpevoli del nostro declino".
Io mi ero alzato, mentre il bisnonno parlava, e mi ero accostato alla finestra aperta della stanza attigua per nascondere una profonda emozione. Di l li sentivo continuare il discorso a bassa voce, senza per afferrare quello che dicevano. Fuori la calma era perfetta: da settimane non un alito di vento si muoveva; il calore torrido incombeva immobile. Dopo alquanto tempo si sent lo strepito di uno dei carri d'ambulanza, che continuamente attraversavano la citt per trasportare i contagiati nelle baracche loro assegnate. Quantunque ci si fosse gi potuti abituare al rumore sordo e alla vista di quei carri, io ne ricevevo sempre un'impressione sinistra, in parte perch mi tornava alla memoria una mia fantasia infantile. Da bambino, infatti, udendo di notte in lontananza uno strepito di ruote, mi ero immaginato, non so pi perch, che quello fosse il carro dei morti e che la morte sedesse a cassetta avvolta in un mantello nero svolazzante, con un cappello lustro e basso sul teschio, come quelli che vedevo ai nostri vetturini e venisse a prendere gli uomini - e far resistenza era inutile - galoppando nella notte nera. Questa fantasia mi era uscita di mente da un pezzo ed ora tutt'ad un tratto mi si era ripresentata, sicch non potevo mai udire quei carri - specialmente la notte - senza un brivido, analogo a quello che da bimbetto dovevo aver provato. E certo questa volta v'era pi motivo di allora, poich a dire il vero non molti tornavano di quelli che erano dovuti salire su quei carri funesti.
Il carro si ferm nella nostra strada, cosa che non poteva non sorprendermi, dato che nel nostro quartiere i casi di malattia erano rimasti ancora sporadici. Udii una porta che si apriva e un pianto infantile. Zio Harre, che pure doveva aver sentito, mi si accost repentinamente e si sporse dalla finestra per vedere cos'era. Io dissi: "Si direbbe che stiano portando via un bambino; forse la mamma non se ne vuol distaccare". Egli si era fatto smorto in viso; senza dir parola torn nell'altra stanza, tracann un bicchiere di vino che il bisnonno gli aveva versato e poi si accomiat. Si capiva che in conseguenza delle accuse mossegli, forse anche di rimproveri che segretamente si faceva, egli incominciava a sentirsi complice per dir cos del colera, sicch ogni lamento da esso provocato gli andava al cuore, come se la colpa fosse sua. Forse anche aveva pensato alla sua bambina, Heileke, cos gracile; poich pareva ch'egli si fosse fitto in capo l'idea sciagurata che questa creatura che egli amava pi di ogni altra, gli verrebbe tolta dal contagio quale vittima espiatoria. Lo seguii con lo sguardo mentre si allontanava sulla via con lo stesso portamento eretto di quand'era venuto, traendosi dietro una lunga ombra nera.
Quando tornai dal bisnonno lo trovai ancora seduto allo stesso posto di prima, assorto nei suoi pensieri. " una bella cosa" disse alzando la testa quando si accorse di me "che Galeide sia cos lontana. Se anche il contagio dovesse propagarsi in Isvizzera, potrebbe fuggire pi in alto sulle montagne, dove non ci sia alcun pericolo". Quantunque fossi ben contento di sapere Galeide al sicuro, pure mi sdegnai che il bisnonno, invece di provar compassione per tante persone minacciate che gli erano prossime, si compiacesse nel pensiero che a Galeide non poteva succedere nulla. Sono anzi convinto che se ci avesse visti morire tutti, uno dopo l'altro, insieme a un giusto dispiacere la sua prima osservazione sarebbe stata che il pericolo era grande davvero e che Dio aveva pur ben provveduto nella sua bont a tenerne lontana Galeide. A maggior ragione mi proposi di vigilare su Eva e la sua bambina. Com'era tradizione nell'antichit, che della colpa di uno solo tutti i familiari avessero parte e sentissero il dovere di espiarla con le proprie forze, cos io mi proposi di mettermi a fianco dello zio Harre e, sfidando il disgusto e l'orrore, di lottare contro lo spettro feroce che insidiava la nostra vita.
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27.
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Feci parte a Ezard delle mie decisioni perch da solo non avrei saputo cosa intraprendere per il bene di tutti. Ezard invece, per conto proprio, senza ricevere indicazioni o consigli da alcuno - poich le autorit competenti avevano perduto la testa - aveva dato l'avvio ad un'attivit davvero mirabile. Era lui che provvedeva affinch vi fossero infermieri in numero sufficiente, che in parte si dovettero far venire di fuori, cos pure affinch i malati fossero assistiti come si doveva; tutte cose che da principio erano state fatte con grande trascuratezza. Sotto la sua direzione si costituirono delle commissioni di volontari che vigilavano su varie cose: che si bruciasse la biancheria dei malati e dei morti, che si disinfettassero le case e si distribuisse acqua bollita gratuitamente sulle piazze pubbliche; infine, che si andassero a prendere i malati e si riportassero a casa i guariti. In una di queste commissioni, dietro mia domanda, fui accolto anch'io.
Tutte queste iniziative non si poterono attuare cos di punto in bianco come lo racconto qui, poich Ezard allora non rivestiva pi una carica che gli permettesse di intervenire rapidamente e solo dopo alquanto tempo la popolazione, riconosciuto il valore dei suoi sforzi, vi si un. Presto per il senato gli confer un titolo conveniente e lo mise a capo di tutte le commissioni per la lotta contro il colera, sicch egli, facendo valere la propria autorit, pot agire da quel momento con maggiore efficacia. Nessuno avrebbe potuto farlo meglio di lui. La sua calma non si lasciava scuotere da nulla; egli non mostrava mai n paura, n ripugnanza, n stanchezza. Era mirabile come la sua presenza, sebbene egli non fosse medico, calmasse anche i malati. Del resto egli non agiva tanto per amore del prossimo, quantunque io mi guardi bene dal negargli anche questo sentimento, quanto, in primo luogo, per amor di suo padre, col desiderio evidente che ogni riconoscimento dovutogli fosse reso invece allo zio Harre e che per merito suo questi venisse assolto di una parte dei rimproveri che gli erano stati fatti. Molto strano fu in questo periodo il contegno di Lucile che si isol completamente da Ezard trasferendosi in un quartiere dove egli non andava mai e astenendosi per conto proprio dal recarsi nella stanza di lui. Un giorno che me ne fu offerta l'occasione ed ero gi irritato per uno scambio di parole avvenuto tra noi, non mi trattenni dall'esprimerle la mia meraviglia, anzi la mia disapprovazione, ma ella mi tapp subito la bocca, dimostrandomi senza alcuna fatica che il suo contegno si armonizzava con i migliori principi. In primo luogo, rispose, non aveva del contagio la minima paura; sapeva poi benissimo che proprio dal colera ci si pu rendere pressoch immuni con opportune misure precauzionali. Per questa ragione si sarebbe dedicata volentieri, anzi con entusiasmo, all'assistenza dei malati, se non ci fosse stata la sua bambina, di cui era suo primo dovere aver cura. Ora, una malattia che questa aveva superato da poco l'aveva temporaneamente indebolita e resa perci pi soggetta ad accogliere influenze dannose; tanto pi ella non doveva trascurare questo in quanto suo marito, soverchiamente preoccupato delle sorti degli altri, si dimenticava della propria creatura. E nemmeno io sarei stato ricevuto in presenza della bambina, se la mia estrema prudenza non le fosse stata garanzia ch'io non esponevo la mia persona, e di conseguenza neppure quella degli altri, a troppo grandi pericoli.
Rimasi cos sbalordito, soprattutto da quest'ultima allusione, che per il momento non seppi cosa rispondere. A nessuno era lecito per dubitare che la sua passione per curare i malati non fosse sincera; per lo meno l'entusiasmo che splendeva nei suoi begli occhi era schietto e vivo. Ma siccome la Provvidenza non l'aveva posta al capezzale degli infermi, bens in una condizione diversa, pi comoda, ella fin per trascorrere quel brutto periodo in un discreto benessere, cullandosi forse anche nell'illusione che Ezard cominciasse, a causa del distacco, a sentir la mancanza della sua compagnia e che la perduta felicit sarebbe finalmente tornata.
Ezard invece viveva col piccolo Harre lieto e contento come da un pezzo non gli succedeva. Presto lo rivel anche il suo aspetto; quantunque non avesse mai portato sulle sue spalle un tale peso di lavoro e di responsabilit, tutta la sua persona rifletteva la buona salute: le guance si colorirono, la voce prese un timbro pi fresco, l'espressione di stanchezza e di tormento che da un pezzo gli era propria svan dal suo viso. Si sarebbe detto che vivendo cos appartato da Lucile si sentisse libero e si illudesse di lavorare per Galeide e per un avvenire di eterna felicit al suo fianco.
Io stesso incominciai gradatamente a sentire che quell'attivit mi giovava e spesso dimenticavo completamente a qual triste fine essa fosse diretta poich, non essendomi dedicato fino allora ad un lavoro di natura esclusivamente pratica, sentivo ora tutta la mia persona gradevolmente occupata. Certo, i risultati dei nostri utili sforzi non si vedevano ancora, anzi le condizioni generali peggioravano di giorno in giorno. Che la calura non desse tregua era forse quello che rendeva tutto pi difficile e scoraggiante, poich, a prescindere dal fatto che essa riusciva fatale favorendo il diffondersi della pestilenza, i corpi e gli animi ne restavano a tal punto spossati che anche i sani non riuscivano a raccogliere le forze necessarie ad un'attivit cos molteplice. Il disco rosso del sole sembrava essersi arrestato per incanto in mezzo al cielo azzurro, come una maledizione di Dio, e attendere che la citt torturata e agonizzante finisse di penare sotto il suo sguardo malefico.
Quantunque la sera mi sentissi di solito sfinito, spesso a motivo del calore implacabile non riuscivo a prender sonno, oppure esso gravava su di me, non come una coltre che dolcemente riscalda, ma come un peso soffocante. Rammento un sogno fatto in una di quelle notti, un sogno che non ho mai dimenticato; l'origine poteva essere dovuta al fatto che non pensando quasi pi durante il giorno al pericolo in cui la mia vita si trovava, forse proprio per questo le impressioni sinistre, represse, tanto pi vivacemente venivano la notte a turbarmi. Attraversavo in questo sogno con Galeide un passo roccioso, simile a tanti che avevo visto in Svizzera; non c'era pi n un filo d'erba, n una foglia in quel deserto, ma solo dei blocchi di roccia disseminati qua e l come pietre sepolcrali sui corpi di una stirpe di giganti spenta. Camminavamo in silenzio l'uno accanto all'altra. Galeide vestita di bianco con un lungo strascico che, e questo era strano, scivolava sul terreno sassoso col mormorio sommesso, proprio dell'onda che si frange a riva. Mentre da principio avevamo creduto di essere soli, ci accorgemmo ad un tratto di essere circondati da figure umane che non avevamo udito avvicinarsi, tanto camminavano silenziosamente. Erano tante e tutte vestite in una foggia strana e cos imbacuccate che sul principio non ci fu possibile distinguere alcunch del loro aspetto. Quando ad un certo punto, non so come, potemmo ravvisare i loro volti, notammo che avevano tutti un colorito pallido-verdolino e che gli occhi erano fissi nelle orbite senza possibilit di movimento. Allora afferrai Galeide per mano e le sussurrai nell'orecchio con raccapriccio indicibile: "Hai visto che son tutti morti?" E Galeide, seria, fece cenno di s. Cominciammo allora a camminare pi in fretta e quanto pi quelle figure si affollavano intorno a noi, tanto maggiore era la nostra ansia di sfuggire, perch io avevo la lucida consapevolezza che saremmo stati perduti se ci avessero riconosciuti come vivi. Senza che io possa dir come, accadde che esse s'insinuarono fra me e Galeide e all'improvviso, da una certa distanza dov'ero stato ributtato, vidi che avevano fatto intorno a lei un cerchio e le giravano intorno con movenze solenni; indi presero una ghirlanda di rose bianche e gliela posero in capo e seguitando cos a danzare in tondo s'allontanarono con lei sempre di pi, mentre io cercavo di seguirla con tutte le forze che erano in me, ma non riuscivo ad aprirmi una via tra quelle pietre che ora cominciarono a crescere ed a serrarmi tutt'intorno. Da quest'incubo, probabilmente per gli sforzi vani che facevo, devo poi essermi destato.
Mentre Galeide, che pure dalla memoria di quell'epoca affiora soltanto come un'ombra strana vista in sogno, mi sta di continuo viva e reale davanti ai sensi, un'altra figura femminile, pi strettamente legata ai ricordi di quell'anno di pestilenza, potrei facilmente credere di essermela sognata in una di quelle notti afose. Eppure  realmente esistita, in carne e ossa, come io stesso ebbi ad accorgermi. La fanciulla di cui parlo si chiamava Flora Lelallen ed era figlia di un mercante che nei paesi d'oltremare aveva fatto fortuna e trovato una moglie forestiera, di entrambe le quali si parlava in citt con una esagerazione che toccava il favoloso. Nel complesso i Lelallen non godevano della miglior reputazione, quantunque non si potesse dire sul loro conto nulla di preciso; ogni tanto si sentiva raccontare che quelle favolose ricchezze erano frutto di un'attivit non del tutto chiara; inoltre vivevano piuttosto appartati, ma qui forse non si poteva distinguere bene se era la gente che cercava di evitare loro o se non fosse invece il contrario. Come avveniva non di rado in tempi di epidemia, accadde che entrambi, marito e moglie, furono colpiti simultaneamente dal contagio e portati all'ospedale, sicch Flora rimase sola nella grande casa di loro propriet. Doveva avere passato i venti anni; lo dedussi dalla sorprendente maturit ed originalit del suo ingegno; per altro il fisico era quello di una bambina, la figuretta gracile, ma estremamente graziosa. La conoscenza della fanciulla, che fino allora non avevo mai avvicinato, avvenne in questo modo.
Rimasta sola, senza poter mai essere un momento sicura di avere ancora un babbo e una mamma, si fece venire in casa una parente anziana con la quale occupava nel palazzo un piano che comprendeva soltanto saloni da ricevimento e di solito non era abitato. In quelle vaste stanze, sola con la zia non pi giovane, Flora dovette sentirsi a disagio, tanto pi che i suoi pensieri non potevano non ricorrere incessantemente a immagini di malattia e di morte. Le venne allora l'idea, forse rammentandosi della famosa peste descritta dal Boccaccio, di radunare tutte le persone che non volevano saperne della morte, e, poich amavano la vita, intendevano goderla fino all'ultimo istante ed all'ultima goccia. Questa brigata doveva chiamarsi "Banda della vita sacra" e i suoi componenti esser semplicemente tenuti a conservarsi allegri e spensierati fin quando ci fosse possibile; se poi uno di essi fosse strappato a quella sfrenata schiera da morte improvvisa, doveva dire valete agli altri con viso ridente e questi a lor volta potevano compiangerne la sorte, ma non rattristarsi per lui.
Il progetto fu conosciuto e divulgato e incontr il favore di alcuni giovani che se ne ripromettevano uno svago; in questo modo venni a conoscerlo anch'io. Ne fui subito attratto perch sfidare o scordare i pericoli in uno stato di eccitazione o di ebbrezza artificiosa, sia pur ottenuta con mezzi innocui, si confaceva molto di pi al mio temperamento che non guardare in faccia alla morte consapevolmente e con calma intrepidezza. Chiunque faceva parte della banda della vita sacra doveva farsi riconoscere da una rosa rossa e poteva con questo distintivo presentarsi tutte le sere al palazzo deserto dei Lelallen. Qui si era ricevuti da Flora e dalla zia, e quest'ultima sapeva far risaltare cos magnificamente l'antica bellezza per mezzo della rosa porporina alquanto visibilmente appuntata nei capelli gi fatti un po' grigi, che il suo aspetto non mancava di esercitare una certa attrazione. La nipote, poi, era quanto ci si poteva immaginare di pi grazioso, la personcina delicata e flessuosa vestita di una stoffa simile al velo, da cui usciva luminosa sul collo snello la testolina ricciuta, simile a un bucaneve sul suo stelo lievemente ricurvo. Infatti il suo viso era sempre pallido, non ostante l'ebbrezza di godimento che l'avvolgeva in quelle serate.
Molti dei giovani che facevano parte della nostra banda non corrispondevano in tutto all'idea che Flora doveva essersi fatta del suo progetto, perch non seppero manifestare che un temperamento trivialmente gioviale in luogo della sfrenatezza bacchica che la fantasiosa fanciulla avrebbe visto volentieri dispiegarsi davanti ai suoi occhi in immagini di sfarzosa e significativa bellezza. Per altro uno fra costoro vi era che almeno colpiva per la regolarit e la bellezza dei lineamenti e assai bene conveniva a quel luogo; inoltre questo suo pregio esteriore assorbiva a tal punto l'attenzione che non veniva in mente di chiedersi se egli ne avesse degli altri. Questo giovane ella soleva contemplare rapita, senza fare alcunch per dissimularlo, ch anzi, spesso, mi sussurrava:
"Non sembra un Paride o un Dioniso? Ah, non vi  nulla che sia superiore alla bellezza! Il mistero dell'universo  in qualche modo contenuto nella bellezza, perch, quando contempliamo una cosa bella sappiamo tutto, ma purtroppo in una lingua diversa da quella che noi parliamo".
Sia che intuisse che io avevo meglio degli altri riconosciuto i deliziosi contorni della sua psiche velata, sia che la mia indole contemplativa ne avesse colpito l'animo assetato di godimento, fatto si  che la fanciulla mi concesse una confidenza nuova, cui io veramente non avrei rinunziato malvolentieri, in cambio di un contegno pi schivo ma nello stesso tempo pi affettuoso. Una sera la zia mi trasse in disparte nel vano di una finestra e mi confid di sapere per notizia certa che i genitori di Flora erano morti. "Le rose nei miei capelli", disse, "mi bruciano come se fossero di fuoco e lei non pu immaginare che orrendo suono stridulo mi par di sentire nell'urto dei bicchieri. Ma come dirlo a Flora? Mi dia un consiglio, mi aiuti!"
Involontariamente i miei occhi cercarono Flora e mi parve che in quel momento somigliasse a una leggera nuvoletta serotina che un alito impercettibile di vento potrebbe soffiar via dal cielo.
Subito ella avvert il mio sguardo e a sua volta guard verso di noi, sicch io troncai il discorso con la zia perch mi sembrava che sapesse udire con gli occhi. Dopo breve tempo ella si stacc dagli altri che le avevano fatto cerchio intorno e and a sedersi su una delle larghe comode panche nei vani delle finestre; l mi accenn che mi avvicinassi e cingendomi il collo con un braccio mi disse:
"Lo so, sa, che il pap e la mamma sono morti; gliel'ha detto la zia poco fa".
"Cosa farebbe, se fosse vero?" chiesi io incerto.
"Dammi del tu", sussurr, appoggiandosi a me con pi abbandono; "non sono forse un'orfana?"
Per quanto quei suoi modi soavi mi colmassero di una felicit ineffabile, purtuttavia in quel momento essi non mi venivano a proposito, poich non sapevo come li avrebbe interpretati il resto della compagnia; feci perci l'atto di trarmi indietro ed ella subito mi comprese. Infatti si lev in piedi, leggera come un uccellino, corse in mezzo agli altri e disse:
"Avete visto che ho abbracciato Ludolf Ursleu? L'ho fatto perch gli voglio bene. Ed ora, state a sentire: due foglie son cadute dall'albero della vita. Beviamo alla loro memoria. Brindate con me!" Non tutti capivano cosa volesse dire; alcuni, forse, l'indovinarono. La parola morte, pronunciata questa volta sul serio in mezzo a quella folle brigata che tanto spesso l'aveva ripetuta senza motivo, fece subito ammutolire tutti e si stabil un improvviso silenzio nel quale parve di udire ancora una debole eco delle squillanti risa di poco fa. Io avevo l'impressione che se mi fossi voltato verso la finestra avrei visto la morte in persona guardare dietro i vetri; ma non ebbi la forza di farlo. Poi tutti alzarono i bicchieri e un bel suono squillante si propag dall'urto dei puri cristalli; indi li accostammo alle labbra e bevemmo. Il bicchiere di Flora era riempito soltanto a met; ella lo vuot adagio, sino all'ultima goccia. Per questo forse un delicato rossore le sal alle guance; gli occhi mi parvero pi grandi e pi scuri del solito e tutto questo le dava un aspetto febbrile che mi sgoment.
"Avete sentito che suono stupendo?" disse in quel silenzio turbato. "Le due gocce di vita hanno raggiunto l'oceano sconfinato e fluiscono insieme nell'eternit. Ma noi continueremo a vivere e non le compiangeremo. Andate, ora. Soltanto Ludolf Ursleu resti ancora un poco con me".
Tutti presero immediatamente commiato perch quella singolare cerimonia funebre aveva turbato, ad onta di tutte le vanterie precedenti, la nostra schietta allegria, ed io rimasi solo con la zia e con Flora. Il vino generoso bevuto d'un fiato e le impressioni straordinarie lasciatemi dalla serata avevano messo il mio sangue in movimento, sicch invece di scorrere calmo come di consueto esso precipitava in ardite cascate, con mia propria deliziosa meraviglia. Mi vidi, in ginocchio davanti a Flora, premere alle mie labbra le sue mani bianche con un ardore quasi funesto alla loro fragile struttura e mi sentii ripetere il suo nome con fervore. Questo impulso improvviso non sembr tornare n gradito n sgradito alla fragile creatura; ella mi cinse di nuovo il collo con un braccio come dianzi e disse piegandosi in avanti leggermente:
"Lo sai che non ti amo, Ludolf. Non amo nessuno di voi uomini, ma se mi aiuterai a vivere ti vorr bene come potr, e a nessuno ne vorr pi che a te".
Poich io tacevo colpito, continu a dire lamentandosi:
"Voi sapete che io devo morire, ma non mi aiutate. Se mi amaste davvero, mi terreste stretta e non mi lascereste cadere nel pozzo nero e profondo del passato che mi fa paura".
Intanto la zia era venuta a sedersi vicino a lei e ora, affettuosamente abbracciandola, le diceva:
"Bambina, ti ecciti troppo. Questa vita non va bene per te. Non dovresti aver questo orrore di un dolore naturale. Piangi i tuoi genitori, piangi finch ne hai voglia. Sono le ansiet e le lagrime soffocate che ti angustiano".
"Oh, zia, tu non sai", diceva ella con una seriet appassionata, quale io sino allora non avevo notato in lei. "Potrei piangere, ma solo per me. Essi hanno pur vissuto! Ma io, ora che stavo per destarmi, io me ne debbo andare. Se potessi trasformarmi in un brutto insetto strisciante, come lo farei volentieri, pur di restare all'aria tiepida, sotto il bel sole che amo tanto!"
Mi sembr in quel momento illuminata da un ardore di vita cos impetuoso e irresistibile che esclamai sinceramente convinto:
"Flora, tu non morirai, tu non puoi morire! Chi ti ha istillato questa folle credenza?"
Quella nobile luce si era spenta nel suo viso; con un sorriso umile e soavemente misterioso disse:
"Il mio alberello di mele sta fiorendo per la seconda volta, ora che  settembre. Per questo lo so. Prima che perda i suoi fiori io sar morta. Allora vi prego di intrecciare una ghirlanda con i rami ancora fioriti e di mettermela in capo, perch sono cos belli e perch vi ho pianto sopra tante lagrime, sebbene voi tutti pensiate che Flora non sappia piangere".
La zia mi guard e parve che ci dicessimo che credevamo alle sue parole, sebbene volessimo farle apparire frutto di una sciocca superstizione. La sua apparizione aveva infatti qualche cosa come di un sogno effimero che pu dissolversi nell'intervallo fra un chiudere ed un riaprir degli occhi, e se io non l'avessi veduta tutti i giorni, mi sarei potuto facilmente convincere che essa fosse la principessa di una fiaba letta quand'ero ragazzo che io ora con la mia fantasia avevo magicamente evocato nella realt. Il sentimento doloroso che essa dovesse seguire davvero i suoi genitori nella morte mi angusti a tal punto ch'io non seppi nasconderlo, sicch considerai opportuno allontanarmi. Tesi la mano alla fanciulla dicendo:
"Non aver paura del pozzo, Flora; ti tengo io. Vedi, cos" soggiunsi, e le strinsi leggermente la mano con la mia. Questo sembr farle piacere perch ebbe un chiaro sorriso e cerc di ricambiare la stretta con le sue dita minute.
Quando il mattino dopo tornai al palazzo dei Lelallen per chieder notizie di Flora fui ricevuto soltanto dalla zia e da lei seppi che sarebbe partita con Flora quel giorno stesso. Per dove, non importava. La fanciulla supplicava che si lasciasse la citt; voleva andar sul mare, e cos col primo piroscafo avrebbero lasciato il continente. Voleva morire sul mare, aveva detto, perch allora sarebbe diventata un gabbiano ed avrebbe potuto sfrecciare ogni giorno al di sopra delle verdi onde. "Questi discorsi strani", soggiunse la zia, "li faceva sempre, ma noi la lasciavamo dire perch era piacevole ascoltarli".
Indi mi si fece dappresso e disse sottovoce:
"Non torneremo mai pi; sto disponendo ogni cosa in questo senso. La bambina morir ed io andr in America perch in questa casa non voglio pi tornare".
Un brivido mi corse gi per la schiena come sempre succede quando le pieghe del velo che ci nasconde il futuro vengono smosse e noi possiamo gettare uno sguardo su quello che una legge saggia vuol tenerci eternamente celato.
"La morte", prosegu la zia ancor pi sottovoce, " gi in lei. Ma la sua anima le sfugge ancora. Essa le sta dietro come il nibbio insegue l'allodola o un altro uccellino e spesso mi sembra quasi di vederla battere le ali, ma sempre pi debolmente. Per questo vuole andarsene, e proprio sul mare: essa si illude che la robusta aria marina possa sostenere le sue ali affaticate per un altro tratto ancora".
"Me la lasci vedere", pregai. Ma la risposta fu che non voleva pi dirmi addio un'altra volta. La banda della vita sacra, mi lasci detto, poteva radunarsi come prima in quelle stanze; la zia me ne avrebbe dato la chiave. Quando fosse giunta la notizia della sua morte, andassimo a prendere in cantina il vino migliore e dopo aver riempito i bicchieri fino all'orlo brindassimo e bevessimo alla sua memoria. Quel tintinnio doveva esser la campana della sua sepoltura. Poi rompessimo i bicchieri nei quali avevamo bevuto e non pensassimo pi a lei.
Ma io penso ancora a lei sovente e talvolta, la sera, mi par di vedere la sua animuccia lieta, ora posarsi ora aleggiare sopra il ciglio roccioso del monte dirimpetto, bianca come la luna, e farmi un cenno nostalgico finch a un certo punto si dissolve in una goccia d'oro che ricade con un tintinnio lieve nel pozzo nero e profondo del passato.
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28.
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Molti nostri concittadini, incapaci di dominare il terrore, erano fuggiti, ma erano poi soggiaciuti in parte, poich l'agitazione e il cambiamento di clima ne avevano indebolita la resistenza, ai germi del morbo che avevano portato con s. In questo modo l'epidemia si diffuse sempre di pi, quantunque in nessun altro luogo si manifestasse con la stessa violenza che da noi. Mentre da principio all'estero si aveva avuto compassione per la nostra sventura, ora se ne incominci a parlare con sentimento ostile, poich il nostro male costituiva una minaccia anche per gli altri. Certa stampa, che sino allora aveva cercato di ispirare al pubblico della simpatia per la nostra sorte, cominci a gettare uno sguardo nei nostri ordinamenti interni per sapere fino a che punto eravamo noi stessi responsabili di tanta sciagura. Molte cose vennero allora in luce che non tornavano a nostro onore, soprattutto il cattivo stato del nostro impianto di acqua potabile (il nuovo non era ancora in grado di funzionare) che si diceva essere, ed in realt era, la causa principale del propagarsi dell'epidemia. E poich si prosegu a ricercare chi a sua volta ne fosse il responsabile, il nostro senato, che pure avrebbe dovuto ammettere che la propria negligenza era in giuoco, fu subito pronto, stante l'umana debolezza, a respingere da s ogni accusa, dato che anche altri vi erano che sembravano meritarla. Infatti, poich mio zio e mio cugino erano stati a capo della commissione per la costruzione dell'impianto idrico, a buon diritto potevasi affermare che a loro toccasse la responsabilit di tutto quanto da esso dipendeva, anche se non avevano risparmiato n fatiche n sacrifici. Che il progetto del norvegese fosse buono si era nel frattempo dimostrato; ma anche un altro progetto si sarebbe potuto attuare altrettanto facilmente e tuttavia con spesa minore. A farla breve, poich la cosa era stata messa nelle mani dello zio Harre e di Ezard, tutta la colpa ricadde su di loro e l'opera del Senato apparve sotto una luce tanto pi favorevole in quanto l'impresa aveva cominciato a fare ottimi progressi dopo che esso l'aveva avocata a s.
Questo per non bastava. Due gravi accuse furono mosse allo zio Harre, una, di non aver sostituito il vecchio ordinamento sanitario, ormai insufficiente, con uno nuovo; la seconda, di aver tenuto celati alla popolazione con piena intenzione e coscienza i primi sintomi del colera. Quanto all'ordinamento sanitario, zio Harre aveva insistito su diversi punti che non avevano convinto il senato e mio zio, con il suo temperamento irascibile, proprio a questi aveva continuato a dare un peso sempre maggiore, rifiutandosi recisamente di occuparsi di tutta quanta la faccenda se prima non gli si fosse dato ragione su quel problema essenziale che affermava essere di sua competenza e sul quale egli era meglio di ogni altro in grado di pronunciarsi. In questo modo la cosa si era trascinata per diversi anni, come del resto era avvenuto anche di varie altre; ma solo in questo caso gli avvenimenti avevano messo a nudo la lentezza del procedere e pronunciato una sentenza di colpevolezza. Se ora, riguardo a questa faccenda, qualunque ne fosse l'esito, poteva esser di conforto a mio zio la coscienza di avere soltanto lievemente mancato, per la seconda accusa che gli veniva mossa le cose stavano ben diversamente. Infatti, sebbene egli non avesse tenuto nascosto gli inizi del male con intenzioni cattive, pure le conseguenze immediate gli avevano dimostrato che egli non aveva cos esattamente calcolato le misure da prendersi per il pubblico bene come, data la sua posizione, era tenuto a saper fare. A questo s'aggiungeva ch'egli era stato sufficientemente messo in guardia ed egli era troppo intelligente per non dirsi che proprio l'ammonimento partito dal dottor Wittich aveva confuso il suo giudizio e che di conseguenza o questo o il suo carattere non erano cos incorruttibili come la cittadinanza aveva diritto di esigere da uno dei suoi capi. Lungi dal cercare un'attenuante alle proprie azioni, egli si giudicava con una severit cos implacabile che non avrebbe esitato a rassegnare immediatamente le dimissioni se in quelle circostanze, dove il peso dei pensieri e delle difficolt era troppo grave perch l'onore bastasse a compensarlo, non gli fosse sembrata una fuga vergognosa.
Frattanto l'attivit ininterrotta, logorante, che non aveva pi per lui il potere rigeneratore di una volta, dato che buoni risultati o miglioramenti non se ne vedevano ed egli era convinto di non far altro che rimediare in qualche modo al suo errore, ma non di creare alcunch di nuovo; l'ansia per la vita della sua creatura e per l'avvenire della sua giovane moglie; la visione del pubblico disonore con la quale si andava tormentando, ne minavano ogni giorno pi la salute fisica e morale. Il popolo che ignorava lo stato del suo animo e le sue sofferenze intime non aveva alcuna compassione di lui e mentre verso mio cugino crescevano l'ammirazione e la gratitudine, l'odio contro suo padre prendeva forza e si andava consolidando l'opinione ch'egli avesse avuto il potere di allontanare la calamit e invece se ne fosse servito per attirarla. In tutte le gazzette indigene e straniere il suo contegno era esaminato e condannato; il terrore del contagio e, l dove esso era scoppiato, la disperazione trovavano un certo sollievo nella possibilit di sfogarsi contro un colpevole. In queste circostanze, dato che non poteva mettersi dalla parte di mio zio senza gravemente compromettersi, il senato ritenne necessario, facendosi interprete della sete di giustizia del popolo, dichiararsi contro di lui e ordinare una formale inchiesta. Tutto si svolse, s'intende, a porte chiuse. Secondo un'antica usanza, prevista in casi del genere, zio Harre doveva ricevere, alla presenza dei colleghi riuniti in assemblea, un biasimo solenne ed essere condannato ad una grossa pena pecuniaria, dopo di che egli stesso avrebbe dovuto dare le dimissioni. Quantunque, data la forma del procedimento per cui egli veniva ad essere biasimato e giudicato solamente da pari suoi, l'umiliazione non fosse troppo grave, pure essa era per la sua sensibilit quanto di pi doloroso gli si potesse imporre. Tale era il suo temperamento ch'egli avrebbe preferito affrontare in stato d'accusa una folla tumultuante, davanti alla quale avrebbe potuto a viso aperto in parte riconoscere la sua colpa, in parte difendersi.
Quello che pi impressionava nel suo stato era ch'egli non diceva mai una parola di quanto si svolgeva nel suo intimo. Mentre una volta l'ostilit di un avversario lo faceva insorgere e protestare con l'accesa infatuazione di un bambino convinto di aver ragione, ed egli in questo modo si liberava della sua collera, ora si asteneva da qualsiasi manifestazione dei suoi sentimenti. Il suo contegno era tale che neanche noi osavamo dire una parola in sua difesa o a condanna degli altri, nel timore ch'egli potesse trarre dalla nostra simpatia una conclusione umiliante per s e per la posizione in cui si trovava. Parlava di queste cose unicamente con Ezard e questi, quando io ed Eva lo interrogavamo, ce ne riferiva una parte, ma certamente, cos mi sembrava, non tutto.
Nei giorni in cui seguirono questi avvenimenti si not per la prima volta una leggera diminuzione del contagio e poich, a prescindere da questo, ci si era fatta una certa abitudine al pericolo, si cominci ad essere pi negligenti nelle misure preventive, prima tanto rigidamente osservate, ed anche Eva e Heileke, la bimba, non furono pi prudenti come una volta nei loro rapporti con lo zio Harre. Questo poteva anche spiegarsi col fatto che lo zio Harre, oppresso e angustiato da pensieri tormentosi, finiva per gli uni col dimenticare gli altri e d'altra parte, nella sua malinconia profonda, sentiva pi bisogno di prima della presenza di quelle due creature serene. Eva provava per suo marito un affetto e una venerazione tanto pi profondamente radicati quanto meno egli poteva essere, a causa del rapido declino del suo vigore giovanile che per tanto tempo era stato il suo maggior fascino, oggetto di tenero amore per la fiorente et di lei. Il suo dolore sopportato in silenzio e con fierezza, gli conferiva ai nostri occhi una grandezza morale che sicuramente era sempre stata in lui, ma alla quale aveva alquanto nuociuto l'irrequietezza nervosa del suo vivace ingegno.
Che egli si sentisse colpevole, che ne accettasse le conseguenze senza disdegno, con pazienza, ma anche senza querimonie, questo gli conferiva ora quella dignit che prima rincresceva di non trovare in lui appunto perch sembrava esigerla il suo grande ingegno. Eva ed io, ingannati da quella calma apparente, ci abbandonavamo talvolta alla speranza ch'egli potesse ancora risollevarsi con l'antica energia, e forse un cambiamento in meglio sarebbe stato davvero possibile se una nuova disgrazia non fosse sopraggiunta ad abbatterlo, questa volta per sempre; ch Heileke, la bimba, fu presa dal contagio.
La mattina di quel giorno mi trovavo da Eva e poich stavamo parlando di cose serie e precisamente dello zio Harre che uno di quei giorni intendeva rassegnare le dimissioni davanti al senato riunito in assemblea, non facevamo attenzione alla piccina che era lei pure nella stanza. Ma essa, forse in conseguenza dei germi del male che le circolavano gi nel sangue, era particolarmente irrequieta e bisognosa della nostra attenzione; si arrampicava sulle mie ginocchia, si strofinava contro di me con la testolina e infine mi sussurr nell'orecchio in tono supplichevole che le suonassi qualche cosa. Io esitavo a compiacerla, non sapendo se Eva avesse voglia di ascoltare e dissi alla piccina che suonasse lei col suo martelletto. Ma essa scosse tristemente la testa e disse: "Suona tu, suona tu", sicch io finii per cedere e, sollevatala sul coperchio abbassato del piano a coda, incominciai a suonare. La musica sembr farle bene perch respir diverse volte profondamente, come chi stia per liberarsi da un peso grave che ha sul cuore, e nel viso le si dipinse una soddisfazione sempre pi grande. Avendolo notato passai al ritmo allegro di un ballabile, ma a questo punto essa scivol gi dal suo sedile alto e incominci una strana danza, senza seguire alcun ritmo conosciuto, ora muovendosi adagio avanti e indietro, ora girando vertiginosamente su se stessa, sicch i lunghi riccioli biondi volavano; eseguiva le figure con tanto slancio e tanta grazia insieme che io ripetei la melodia, sempre variando il ritmo, per godere pi a lungo di quello spettacolo delizioso. Eva per mi interruppe, forse temendo che Heileke si eccitasse troppo, e afferratala a volo, a met di una delle sue graziose giravolte, la sollev e se la pos in grembo; allora la bimba scoppi inaspettatamente in lagrime e singhiozz cos ininterrottamente e con tanto impeto che pareva le fosse successa una grossa disgrazia. Fatti di questo genere mi davano molto fastidio, non sapendo io mai che contegno tenere in casi simili, e perci salutai ed uscii, non ostante che avessi giurato a me stesso, non molto prima, di vegliare su Eva e sulla bambina e che una volta tanto l'occasione se ne fosse presentata.
Il caso volle che trovassi a casa una lettera della zia dei Lelallen che mi annunciava la morte di Flora. Il colera le si era dichiarato poco dopo la partenza, con violenza tale che ella gli era soggiaciuta in un'ora. "L'hanno calata in mare", scriveva la zia "ed io, sebbene non sia di natura cos fantastica, quando vedo gli uccelli marini sfiorare in volo le onde, debbo sempre pensare che anche la sua anima ora viaggia nel vento e vive tutta la sua vita".
Fino a quel giorno non mi ero ancora servito della chiave del palazzo abbandonato perch la banda della vita sacra mi era venuta a noia ed anche gli altri si mostravano poco propensi a perseverare in quelle stravaganze, essendo in genere raro che gli animi si mantengano cos a lungo su un tono di uguale esaltazione da poter conferire durata a un loro capriccio. Entrai ora nuovamente nel salone dove avevamo cos pazzamente goduto e riso e poich la partenza precipitosa aveva impedito che lo si sgomberasse intieramente, trovai ancora delle rose appassite e di brutto colore sul pavimento e sulla tavola dei bicchieri vuoti. Data un'occhiata a queste cose scesi in cantina e presi a caso una bottiglia. Era un vino bianco pesante del quale riempii due bicchieri per fare il brindisi. Diedero, urtati, un suono puro, molto profondo che con un'eco pi chiara meravigliosamente si ripercosse nella sala vuota. Mentre vuotavo il bicchiere adagio, assorto come in un sogno a rievocare il passato, scese il crepuscolo; allora, risovvenendomi che ero tutto solo nella casa deserta, rabbrividii e non ebbi pi voglia di restare. Vuotai il bicchiere fino all'ultima goccia e lo lanciai contro il basamento di marmo di uno specchio, sicch and in frantumi; l'altro rimase colmo sulla tavola. Se intorno alla mezzanotte lo spirito irrequieto di Flora fosse passato attraverso la stanza avrebbe potuto sorseggiare da quel bicchiere un po' di calor di vita. Uscendo, gli occhi mi caddero sull'alberello di mele; ma i tardivi fiori di sventura nel frattempo erano appassiti ed esso aveva l'aspetto squallido di una vecchia demente che si  agghindata con vecchi fronzoli perch non pu dimenticare quant'era stata bella da giovane.
Quando arrivai a casa seppi che Ezard vi era venuto, recando la notizia che la bimba si era ammalata. L'avevano subito portata all'ospedale dietro insistenza dello zio Harre stesso, dato che questo era, senza eccezione, un dovere per tutti. Mi recai immediatamente da Eva e la trovai sola perch zio Harre non si allontanava dal letto della piccina se non per venire di quando in quando a portarne le notizie. Eva era ritta in mezzo alla stanza quando entrai e non si mosse; si lasci abbracciare e baciare da me - ch non trovai altro modo di salutarla - senza dir niente e poi cominci a camminare in su e in gi agitata. La pregai di raccontarmi com'era stato, poich mi parve meglio che parlasse, anche se di cosa che doveva straziarle il cuore; ella fece uno sforzo visibile per incominciare, ma non riusc a terminare il racconto e disse invece tutt'ad un tratto con insistenza:
"Sei mai stato all'ospedale, Ludolf? Descrivimi com'. Posso ascoltare benissimo, non deve forse sopportarlo lei? Oh, Ludolf, il mio fiore, il mio bocciolino, la mia anima in quella tomba!"
Io cercai di farle intendere che si faceva di quel luogo, certamente malinconico, un'idea esagerata, troppo paurosa, ma ella non mi stava a sentire.
"Egli  con lei, ma a me non lo permette", mormorava fra s; "fossi un uomo!"
Per quanto poco potessi dire o fare per confortarla, pure mi sembr che la mia presenza le facesse bene e cos rimasi, ed ella del resto lo trov naturale, o almeno non sconveniente, sebbene fosse notte.
Quando nel nostro silenzio udii risuonare i passi dello zio Harre, trasalii di spavento fino alla nausea; Eva invece seppe dominarsi al punto da muovergli incontro con un sorriso sul viso bianco il quale tuttavia faceva pensare piuttosto a quello di uno spettro errabondo che di una persona viva. Egli disse soltanto: "Vive", ma lo annunzi non come una lieta novella, bens con un accento sconsolato, quasi a significare che ci non faceva che prolungare l'angoscia e il tormento. Nessuno di noi tre parl da principio; Eva and a prendere da mangiare e da bere per lo zio Harre, ma egli non tocc cibo. Finalmente Eva os supplicare: "Dimmi qualche cosa di lei". Allora egli la guard con le sue pupille arse, in un modo che non posso descrivere e rispose:
"Cosa devo dire? Non mi conosce pi".
Subito dopo si alz per andare. Quando era gi sulla porta, Eva lo raggiunse, gli butt le braccia al collo e alz verso di lui il viso perch la baciasse. Egli l'attir a s, poi con un singhiozzo soffocato si precipit fuori della stanza. Io rimasi dunque tutta la notte accanto a Eva che riposava fra i cuscini di un sof, leggera come il petalo strappato di un giglio. Si sarebbe detto che dietro i grandi occhi azzurri e la fronte pallida si vedessero tremare e pulsare gli inquieti pensieri d'angoscia. Poich non poteva neppur pensare di dormire, mi preg di suonarle qualche cosa. Era gi notte alta e per non osavo battere forte i tasti; perci smorzai i suoni sicch parevano venir da lontano e questa musica sommessa, per quanto invitasse a sognare ed a esser tristi, ci trasport tuttavia lontano dalla dura realt.
Non so come riuscimmo a sopportare quello stato di eccitazione, senza quasi dormire e mangiare, sebbene il giorno seguente le cose non fossero mutate. Ma pi terribile fu il terzo giorno, quando zio Harre port la notizia che il pericolo sembrava scongiurato. Difatti, per quanto sia torturante l'angoscia che ci d l'attesa di una sciagura incombente, tuttavia le sofferenze pi intollerabili cominciano quando una nuova speranza si insinua nel cuore e lo tiene sospeso fra alti e bassi in una trepidazione senza pause. Zio Harre, dopo un breve riposo, era di nuovo corso via con la promessa di tornare con notizie il pi presto possibile. Mentre Eva era stata sino a quel momento quasi sempre silenziosa e immobile e bianca come una morta, ora si accese in volto di un rossore febbrile e camminava in su e in gi per la stanza stropicciandosi le mani o ravviandosi dalla fronte i ricci scarmigliati, andava alla finestra, tornava indietro o si metteva in ginocchio davanti a una poltrona e premeva la testa contro il cuscino. Invece di chetarsi, la sua inquietudine cresceva di minuto in minuto, sicch alla fine, non sapendo pi cosa fare per calmarsi, le venne l'idea di pregare. Ma ella stessa era troppo confusa e smarrita per farlo e perci si rivolse a me e disse supplichevole:
"Non vorresti pregare, Ludolf? Per favore, preghiamo!"
Proprio in quel momento per nessuna orazione mi veniva in mente, tranne il Padrenostro, che mi sarei fidato di saper recitare ancora a memoria, ma non potevo vincere una certa avversione a questa preghiera. Frattanto Eva mi fissava con occhi imploranti e mi tirava umilmente per la manica, quasi a dar forza alla sua richiesta, sicch io per nessuna cosa al mondo le avrei rifiutato questo piacere. Mi venne allora in mente che sapevo a memoria il principio del primo libro di Mos, per il quale avevo sempre avuto particolare preferenza ed amore e poich, in quanto parte della Bibbia, lo si poteva fino a un certo punto considerare una preghiera, mi decisi per quello e incominciai a recitare un versetto dopo l'altro: "In principio Dio cre il cielo e la terra. E la terra era spoglia e vuota e le tenebre erano sull'abisso e lo Spirito di Dio si muoveva sopra le acque. E Dio disse: sia la luce. E la luce fu. E Dio vide che la luce era buona. Allora Dio divise la luce dalle tenebre e chiam la luce giorno e le tenebre notte".
Poich mi avvidi che gli occhi di Eva pendevano fervidamente dalle mie labbra -  probabile che sentisse soltanto la cadenza biblica, senza afferrare una parola di quanto dicevo - invece di interrompermi quando non sapevo andare avanti ricominciavo sempre da capo: "In principio Dio cre il cielo e la terra. E la terra era spoglia e vuota". Ed Eva beveva tutto con immutato rapimento.
Recitando non avevamo sentito zio Harre salire le scale e cos, quantunque fossimo stati tutto quel tempo nella pi trepidante attesa, ci trovammo all'ultimo assolutamente impreparati quando egli spalanc la porta e depose per terra un fagotto informe: Heileke, la bimba, avvolta in una quantit di coperte che ora si disfecero, sicch essa giacque davanti a noi con gli occhi spalancati, bianca come la neve. Eva gett un urlo e si butt per terra accanto alla bambina. Zio Harre si era subito diretto verso una sedia barcollando ed era scoppiato in lagrime, una conseguenza, forse, dell'agitazione e delle fatiche sovrumane di quei giorni. Io ebbi tutto l'agio di vincere la mia commozione, mentre guardavo Eva mezzo distesa, mezzo in ginocchio accanto alla piccina che ora contemplava, ora si stringeva al cuore con timore e venerazione, come se fosse una cosa sacra. E poich essa, gi tanto delicata e minuta, si era fatta in quegli ultimi giorni pi magra e pi pallida, e la bambina pure, cos entrambe non avevano quasi pi nulla di terreno e si potevano facilmente paragonare a due angioli trasparenti che, fluttuando su nuvolette luminose, s'incontrano lass, negli spazi siderali, dopo un'epoca tristissima di separazione e si riabbracciano.
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29.
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Riprendemmo ora il ritmo consueto della vita quotidiana e se dopo un sogno, sia esso fosco o sereno,  sempre difficile ritrovarsi nella realt, per noi lo fu tanto di pi perch in essa non ritrovammo altro che preoccupazioni tormentose. Per altro la loro principale causa era gi passata senza che noi ce ne fossimo occupati o vi avessimo pensato; lo zio Harre aveva dato infatti le dimissioni proprio il giorno che Heileke, la bambina, era morente all'ospedale. Per noi che di questi avvenimenti sentimmo parlare come di cosa ormai finita, questo "finito" fu una gradita notizia, quasi potesse cominciare ora un nuovo capitolo nel quale si parlasse di cose pi belle. Ma altrettanto non fu per lo zio Harre che aveva dovuto raccogliere tutte le sue energie per salvare l'onorabilit del suo nome, per quanto ci fosse possibile, accettando dignitosamente la responsabilit della sciagura da lui provocata e che ora improvvisamente stramazz, come in guerra un alfiere mortalmente ferito, dopo che l'assalto del nemico  stato respinto, cade e passa la bandiera al pi vicino, affinch un altro faccia sventolare animosamente al vento il simbolo intatto dell'esercito.
Occorrerebbe sapere quanto fu grande la rovina arrecata alla nostra citt dalla pestilenza per capire il rimorso che gravava sull'animo dello zio Harre. Non soltanto si erano dovute spendere somme considerevoli per apprestare ed organizzare quanto era necessario alla cura degli infermi, per premunirsi e difendersi dal contagio; il peggio fu che tutte le comunicazioni con la citt furono sospese ed il commercio, fiamma del nostro focolare, si spense, cosicch non entrava nelle casse dello stato quanto bastasse a compensare quello che si spendeva in misura cos insolitamente elevata. A questo si aggiunse che molte famiglie abbienti, proprio di quelle che avrebbero potuto dar da guadagnare a molti, erano allontanate. Non occorre dire che nessun forestiere frequentava pi la citt contagiata, la quale era anzi evitata da ognuno. Tutti gli edifici pubblici dove la gente usa raccogliersi a scopo di svago o di studio furono chiusi; non c'erano pi n teatri, n concerti, n conferenze, n scuole e questo ridusse a sua volta molte persone in miseria. Quando si cominci a calcolare esattamente il danno venuto alla nostra citt, risult che le somme ripartite giornalmente ammontavano a cifre paurose. Poich non si sentiva parlare che di queste tristissime condizioni e nei giornali non si leggeva altro, l'animo dello zio Harre, sotto l'incessante ripetersi di constatazioni che per lui significavano la pi terribile accusa, non poteva aprirsi alla consolazione e alla pace. Ma non fu questo soltanto che gli fece prendere la risoluzione di togliersi la vita. Dopo quanto era successo, dopo il crollo della sua riputazione e il declino delle sue energie, egli non poteva pi considerarsi in grado di lavorare. Questo sarebbe bastato a tormentare nel modo pi insopportabile uno spirito attivo e dinamico come il suo, anche se egli non avesse dovuto pensare a guadagnare per vivere. Ora per il suo patrimonio, in conseguenza del generale declino delle nostre condizioni, era scemato a tal punto che, a prescindere dalla parte senza dubbio notevole impiegata nell'impianto idrico, gli rimaneva soltanto quanto bastava ad una piccola famiglia per vivere in una modesta agiatezza. Egli stesso per non aveva mai saputo fare economia e, per quanto disposto a tutte le rinunce che la ragione gli consigliava, sapeva benissimo che neppur questa volta ne sarebbe stato capace; non avrebbe dunque potuto far altro che consumare il patrimonio che doveva servire a sua moglie e alla sua bambina per molto tempo ancora, invece di accrescerlo come sarebbe stato suo vivo desiderio. Egli che un tempo era stato l'animatore, il soccorritore, il sostegno di tutti, ora doveva cominciare a sentirsi un peso, anzi una pietra di scandalo per la sua famiglia: sarebbe stato, questo, il tramonto di ardite speranze, l'epilogo vergognoso di una vita incominciata nella sovrabbondanza del buono e del bello.
Come ho gi detto prima, mio zio da alcuni anni si era andato persuadendo che le sue forze mentali non solo gradatamente declinassero, ma andassero addirittura incontro ad una vera e propria disgregazione e questo la sua eccitabilit aveva fatto credere in certi momenti anche a noi. Io ignoro se negli ultimi tempi questo pensiero l'avesse occupato, se davvero egli avesse notato in s i sintomi che gli dovevano far credere probabile una tale sventura. Ma ad Ezard, per quanto anche con lui non si fosse espresso apertamente, aveva fatto degli accenni che a questi aprirono gli occhi su quanto doveva succedere. Io per non seppi nulla allora da mio cugino; vi erano cose delle quali non si parlava perch non ci si sapeva risolvere a farlo fin tanto che l'esito rimaneva incerto. Vi fu un tempo in cui si agiva, si soffriva, si viveva; ora  il tempo in cui medito e racconto.
Trascorsero, dopo la guarigione della bambina, alcuni giorni durante i quali mio zio Harre ora restava seduto assorto nei suoi pensieri, come assente, ora tormentava quanti gli erano intorno e pi di tutti se stesso con un'irritabilit ed un'eccitazione insopportabili. Disgrazia volle che gli capitasse tra le mani un libello nel quale quel giovane dottor Wittich descriveva il sorgere dell'epidemia nella nostra citt e che per il modo in cui era scritto equivaleva ad un attacco personale contro lo zio Harre. Quantunque nulla vi fosse che non rispondesse al vero, la persona dello zio Harre appariva sotto una luce assolutamente falsa, come se egli fosse stato un freddo, cinico tiranno che ingrassa a spese della povera gente, proprio secondo l'idea che un socialista ama farsi della persona abbiente. Ora questo era grave perch, sebbene del tutto inesatte, quelle accuse non si lasciavano ribattere, dato che nulla era stato mutato ai fatti, e solo dal modo dell'esposizione veniva quella luce ambigua che non si poteva n cogliere n fermare. Ci accorgemmo subito che lo zio Harre aveva letto il libello e ritenemmo anche opportuno parlargliene: tuttavia sempre ce ne mancava il coraggio appena egli compariva tra noi con l'inavvicinabile dignit del suo tormento impressa sul viso. Profondamente sdegnato per l'attacco sleale del renano, io mi volsi a Ezard per chiedergli se non dovessimo in qualche modo intervenire in difesa dello zio Harre e dell'onorabilit del nostro nome, dato che non sempre era da gentiluomini, bens talvolta vile e ignavo, lasciar passare in silenzio un oltraggio ricevuto. Mi rispose che suo padre aveva espresso il fermo desiderio che nulla di simile si tentasse. Altro non aggiunse; mi parve tuttavia che avesse altri pensieri e sentimenti particolari che non poteva o non voleva confidarmi, ma che a lui davano molto da riflettere.
Di l ad alcuni giorni zio Harre invit me ed il bisnonno a passar la sera in casa sua poich voleva festeggiare la guarigione della bambina. Con stupore e compiacimento vedemmo mio zio quella sera completamente mutato: quello slancio della persona che mi era sempre tanto piaciuto in lui quando ero ancora un ragazzo, il lampeggiare vivo degli occhi che tanto piacevolmente accompagnava la parola arguta, tutto, sino all'abitudine di ravviarsi dalla fronte con una mossa rapida della mano i folti capelli bianchi faceva di lui la personalit affascinante e piena di vita che egli era stato nei suoi anni migliori. Ora poi che sembrava averla per dir cos riconquistata, e a noi tutti era noto quale enorme peso egli doveva essersi scrollato dalle spalle prima di mostrarsi a noi sotto quell'aspetto, ora non soltanto piaceva, ma strappava l'ammirazione ed io mi compiacqui che anche Eva provasse un'impressione analoga alla mia e, forse per la prima volta dopo molto tempo, risentisse il fascino che l'aveva attirata verso l'uomo maturo quand'era divenuta sua sposa. Heileke, la bambina, salut il cambiamento con una gioia schietta che non poteva tanto manifestare con la voce perch era ancora debole e doveva star quieta, ma piuttosto con gli occhi raggianti di felicit che seguivano suo padre, ovunque egli andasse; ogni tanto lo chiamava a s con la sua vocina sottile ed egli accorreva subito, si metteva in ginocchio vicino alla sua seggiola e si lasciava abbracciare e baciare. Tutti gli animi erano disposti all'allegria, solo mi turb la seriet che io notai sul volto di Ezard e che ad onta di tutte le impressioni liete, non lo lasciava, anzi, cresceva sempre di pi. Insieme per gli si leggeva in viso un amore figliale profondo, sconfinato, quantunque nulla facesse per dimostrarlo; ma in ogni parola rivolta a suo padre, in ogni gesto si esprimevano insieme la venerazione ed una delicatezza riguardosa che questi avvertiva e di cui sembrava esser grato.
La serata trascorse piacevolmente perch ognuno di noi si studiava di evitare qualsiasi allusione alle amarezze che ci avevano reso cos gravosi gli ultimi tempi, e a tutto ci che potesse ferire la sensibilit, per modo che il sentire in ognuno di noi questa premura aveva gi di per s qualche cosa di benefico. Era tardi quando ci alzammo per andare. Ci separammo sereni, quasi allegri; la nota accentuatamente affettuosa che zio Harre mise nel suo commiato da noi avrebbe potuto sembrarci insolita, se la sua bella vivacit non ci avesse abituati tutta la sera ad un tono eccezionalmente animato. Ci accompagn fin sulla porta di casa; l strinse ancora forte la mano a Ezard e sorrise; il viso di questi rimase per serio e mi parve assumere persino un'espressione dolorosa, sulla quale tuttavia in quel momento non m'indugiai a riflettere.
Il giorno dopo ci giunse la notizia della morte dello zio Harre; si era tolto la vita con un colpo di rivoltella. D'un tratto vidi gli avvenimenti della sera avanti sotto una luce diversa. Capii prima di tutto che quell'uomo straordinario aveva preso con lucido sguardo la sua decisione e con altrettanta sicurezza e calma aveva voluto accomiatarsi da noi. Nulla avrebbe potuto darmi un'emozione cos indicibile come questo suo contegno. Egli mi parve un essere superiore, uno degli uomini pi nobili, ed ancor oggi mi dico che egli meritava in morte di essere giudicato cos. Per il modo in cui l'aveva affrontata, egli aveva tolto al nostro dolore ogni amarezza ed ogni eccesso, poich era riuscito ad infonderci la certezza ch'egli non era da compiangere per quanto perdeva uscendo di vita, ch anzi aveva riacquistato quello di cui si era privato da s, vale a dire la pace interiore e il rispetto degli uomini migliori.
Quando mi trovai con Ezard in presenza della salma, mi ricordai con lucidit della sera precedente e, cedendo all'improvviso ad un sentimento che nasceva in me, gli domandai se fosse stato al corrente dell'intenzione di suo padre. Egli rispose:
"Sapevo soltanto che cos doveva essere e che egli stesso lo sentiva. Sapevo che gi da alcune settimane quel pensiero era in lui e quando ieri l'ho visto tutto ad un tratto cos limpido, sereno e fiero ho intuto: adesso lo far".
Rabbrividii e chiesi in un tono di rimprovero:
"Intuivi, forse sapevi quello che passava in tuo padre e non l'hai trattenuto? Tu lo frequentavi di pi e pi intimamente di noi tutti, egli ti accenn forse quello che credeva di dover fare e tu non hai cercato di dissuaderlo e sei stato a vedere mentre si dava la morte?"
"S", disse Ezard, "ho fatto questo perch cos doveva essere. Egli ha lasciato alla citt la parte della sua sostanza che  investita nell'impianto idrico ed ha estinto cos il suo debito, per quanto stava in suo potere. Da vivo non avrebbe potuto far di pi. Cosa sarebbe divenuto infatti negli anni che gli restavano? Un vecchio cadente, inutile, debole, un membro malato, nocivo, del corpo della nostra famiglia. Averlo riconosciuto, aver risparmiato a noi questa pena  stata cosa ancora una volta degna dei suoi anni pi belli. Avrei forse dovuto impedire ad un padre che amavo di separarsi da noi come un eroe invece di vivere cos vergognosamente?"
Sebbene queste parole mi avessero scosso ed in parte convinto, Ezard, che le aveva pronunciate cos tranquillamente, seppure non senza eccitazione, mi riusc incomprensibile e mi fece paura; mi torn allora alla memoria un momento simile, in cui ci eravamo trovati davanti alla salma del mio infelicissimo padre ed egli aveva mormorato quelle strane parole: " il primo". Inorridii a tal punto che il mio cuore incominci a battere con violenza e mentre guardavo Ezard mi pareva che egli vedesse i miei pensieri; e questo era ben possibile poich io vi ero pervenuto per una successione di idee che forse a lui era pi naturale che a me. Improvvisamente mi sentii prorompere con voce troppo forte:
"Ezard,  forse il secondo?" e subito ne provai tale orrore che non avrei certamente capito la risposta di Ezard se egli mi avesse risposto qualche cosa. Ma egli non rispose nulla; solo potei leggere nel suo viso, dove gli occhi mi fissavano tristi e insieme terribili, che mi aveva perfettamente capito. Provai rimorso di aver detto una cosa tanto inaudita, perch ora un'altra domanda nasceva dentro di me, sebbene anche a me sembrasse arbitraria e mostruosa, ed era precisamente questa: Chi sar il terzo? E quantunque mi dicessi che non avevo alcun motivo per dare questa interpretazione al sogno o alla follia di Ezard, non potevo tuttavia impedire che di continuo affiorasse in me una risposta che mi dava le vertigini, come se mi trovassi sul ciglio di una rupe a strapiombo e guardassi davanti a me nel vuoto. Scesi in istrada e mi misi a correre, non so per quanto tempo, con i denti che mi battevano per il gelo interno; il giorno dopo mi sembr di aver fatto un cattivo sogno e cercai di non pensarvi; da ultimo finii col dimenticarlo.
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30.
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Il bisnonno, che al tempo della dura prova si era avvicinato allo zio Harre con la sua mentalit, fu l'unico di noi a sentirsi urtato dal modo della sua morte. Come infatti ho gi detto, considerava il suicidio uno dei peccati pi gravi, addirittura il pi imperdonabile, condannandolo non secondo l'opinione volgare come un segno di vilt, ma come un intervento temerario e prepotente nell'ordine divino dell'universo, al quale spetta di sciogliere l'uomo dalla catena delle esistenze non appena il suo fine in terra  raggiunto. Io non potei mai trattenermi dal pensare che fosse, in quel vecchio tenace, un attaccamento alla vita impossibile a sradicare e che nessuna esperienza o delusione potevano distruggere, la sorgente prima dalla quale venivano le sue opinioni su questo punto. Egli condannava i ribelli che cercano la morte perch con la loro defezione rivoluzionaria e demoniaca non senza grandezza contraddicevano al suo cieco, infantile amore alla vita.
Ma che lo zio Harre, se non moralmente, (voglio astenermi qui da ogni giudizio in proposito), nondimeno in rapporto alle sue intenzioni avesse scelto la via giusta, si vide dal fatto che le condizioni della nostra famiglia sembrarono dopo la sua morte prosperare di nuovo. Poich cos son fatti gli uomini, facili a dare addosso e facili di solito anche a perdonare, soprattutto quando a commuoverli interviene un avvenimento che produce molta impressione, anche l'indignazione popolare contro lo zio Harre si calm dopo che egli le si fu per cos dire sacrificato. Coloro che prima l'avevano difeso ed ai suoi errori contrapposto i suoi meriti, furono ora nuovamente ascoltati, ed in molti ambienti si levarono aspre accuse al dottor Wittich, gi sospettato per le sue idee socialiste, di aver spinto alla morte un uomo vecchio e di tanti meriti.
Che Eva, con la sostanza che le era rimasta, conducesse una vita semplice e ritirata, piacque alla gente che in genere nessuna virt apprezza pi della santa modestia. Quanto a Ezard, egli ora raggiunse quella fama per la quale con tanto coraggio e perseveranza aveva lottato. Al tempo del colera egli era venuto a contatto con quasi tutti i ceti sociali e dovunque aveva incontrato simpatia e gratitudine. Le aveva meritate entrambe nella misura pi alta. Che egli una volta fosse apparentemente caduto ed avesse errato, accrebbe ora, secondo un istinto esatto, l'ammirazione per la sua energia e la simpatia per i suoi successi. Insieme si dimostr finalmente ch'egli aveva avuto tutte le ragioni di raccomandare e sostenere il norvegese, poich il sistema impiegato nell'impianto idrico non soltanto si rivel pratico, ma anche migliore di ogni aspettativa. Questa circostanza gett anche una postuma luce di giustificazione sullo zio Harre; in breve, non ci volle molto perch alla nostra famiglia venisse addirittura riconosciuta la dignit del martirio, dato che il senato ci aveva sacrificato al suo egoismo e cacciato nel deserto carichi della sua colpa, come gli ebrei il loro capro espiatorio divenuto proverbiale. Di tutto questo ci accorgemmo soltanto a poco a poco; fu in occasione di un avvenimento che riguard mia sorella Galeide che esso apparve per la prima volta con evidenza ai nostri occhi.
Nel frattempo difatti Galeide aveva terminato gli studi al conservatorio di Ginevra ed in alcune altre citt della Svizzera e a sentir quel che se ne diceva possedeva una tecnica fuor del comune che le consentiva di interpretare la musica con quella genialit che era della sua natura. Come in molte grandi citt, cos anche a Ginevra era stata indetta una sottoscrizione a favore della nostra citt devastata e si era pensato anche di accrescere l'importo dei contributi a mezzo di un concerto. Nel far ricerca di musicisti che prestassero la loro opera senza compenso, era sembrato pratico e nello stesso tempo significativo invitare anche Galeide che studiava nel conservatorio di Ginevra ma era nata proprio nell'infelice citt che si voleva soccorrere. Essendole parsa questa l'occasione migliore per far la sua prima comparsa in pubblico, essa non esit un momento ad accoglier l'invito. Pare che la sua esecuzione trovasse maggior risonanza di quanto non fosse da attendersi dal debutto di un'allieva appena diplomata e che da questo successo Galeide raccogliesse gli incoraggiamenti pi lusinghieri per la sua futura carriera. A questi avvenimenti ella aveva alluso nelle sue lettere soltanto di sfuggita, sicch fummo assai sorpresi quando una di esse ci annunci che sarebbe venuta a consegnare personalmente alla citt, per incarico degli organizzatori, il ricavo della colletta e del concerto. Sulle prime pi che rallegrarmi mi spaventai, perch a confronto dei tempi agitati nei quali era divampata la nefasta passione di Ezard e Galeide, vivevamo ora abbastanza pacificamente, come con troppa facilit ci si abitua anche quando si sia consapevoli della presenza latente di potenze annientatrici. Questa volta fu come quando da lungi s'annuncia un uragano che potrebbe devastare una fiorente contrada; poich non era dato prevedere quali sciagure potessero nascere dall'incontro dei due, fino allora cos dolorosamente divisi.
In quest'occasione il bisnonno mostr tutto il suo egoismo cieco ed intatto; poich di tutto questo non volle sentir parlare, con la scusa ch'io vedevo nero al pari di mio padre mentre a sentir lui proprio la venuta di Galeide dimostrava che, se non aveva dimenticato il passato, per lo meno l'aveva superato ed era decisa a costruirvi sopra la sua nuova vita, quasi pietra sepolcrale a coprirlo e concluderlo.
A combattere questo accecamento ostinato, come pure l'impetuosa volont di Galeide, ragione, prudenza e qualsiasi obiezione furono seme gettato al vento. Contro la pertinacia del bisnonno sarei forse riuscito a ottenere qualcosa poich essa in un vecchio come lui mi irritava e mi pungeva a contraddirlo; ma l'ardente nostalgia di Galeide, il suo desiderio indomabile di tornare giunsero come una tempesta di primavera ai cui audaci amplessi anche chi vorrebbe resistere troppo volentieri s'arrende.
Cos mi trovai un giorno alla stazione ad attenderla, e intanto pensavo quanto tempo era trascorso da quando l'avevo accompagnata l e tutti credevamo che partisse per sempre; cercavo di immaginarmi di non essermi mosso nel frattempo da quel luogo, di aver soltanto chiuso gli occhi e lasciato sfilare davanti a me per un istante una serie di brevi immagini viste come in sogno. In questo modo mi smarrii in una strana fantasticheria, sicch mi trovai poi come uno che  ancor pieno di sonno, quando il treno entr sbuffando in stazione e frotte di viaggiatori ne discesero. D'un tratto Galeide mi stette davanti con occhi ridenti da cui rapide lagrime sfuggivano e mi baci sulla bocca, dicendo: "Ludolf! Ma come sei cambiato! Non sei proprio pi un ragazzo!" Come udii la sua chiara voce di bambina, voce rimasta sempre uguale, non ebbi pi bisogno di uno sforzo dell'immaginazione e mi parve davvero che ella fosse sempre rimasta con noi, solo che nel frattempo tutto intorno a noi era mutato. Chiese una carrozza perch tremava dall'impazienza di vedere il bisnonno. Siccome era troppo eccitata per parlare, durante il tragitto ebbi tutto l'agio di guardarla e osservai che le si notavano gli anni passati, ma solo in quanto un'et maggiore significa un incremento di energia. L'anima infantile, ingenua e sincera, splendeva ancora sulla fronte e sulle gote; la bocca aveva una piega contenta come se in tutti quegli anni avesse molto riso e mai pianto, il che stupiva, dati gli anni di fatiche e di esperienze dolorose che aveva lasciato dietro di s. Quando arrivammo a un punto dal quale si poteva vedere la nostra vecchia casa, volt la testa dall'altra parte, ma non disse una parola e anch'io non parlai; sapevamo benissimo tutti e due quello che provavamo in quel momento. Verso la fine del tragitto non faceva che domandare: "Siamo arrivati? Ci siamo?" e tale era la sua eccitazione che non udiva le mie risposte. Quando la carrozza si ferm, si sbianc in viso.
"Dove?" chiese.
"Primo piano", risposi io. Allora con il suo passo leggero si slanci davanti a me; ma sull'ultimo gradino stava il bisnonno a braccia aperte ed ella si gett con un grido sul suo petto, cos impetuosamente che per poco non lo fece cadere. Accanto alla sua alta persona si vide com'egli si era non incurvato, ma tutto rattrappito in se stesso.
Dopo ci trasse tutti con s nella stanza e mentre si toglieva cappello e soprabito mi disse: "Ludolf, metti il bisnonno in una poltrona"; quindi cominci a percorrere tutte le stanze, affacciandosi ad ogni finestra, passando in rivista i quadri alle pareti, riconoscendo festosamente ogni oggetto che le ricordava il passato ed accompagnando ogni gesto con esclamazioni di giubilo. In tutto ci mi ricordava mia madre, sebbene di questa non avesse la pura bellezza; in compenso le si leggeva in viso l'energia e la salute di cui si sentiva sicura e questo rallegra quasi quanto una regolarit perfetta di lineamenti.
Dentro di me ero piena d'inquietudine, parendomi di udire ogni momento il passo di Ezard; egli per altro non venne e la sera appresi che era partito per due o tre giorni. Subito mi nacque il sospetto che egli si fosse incontrato con Galeide per via, onde essere il primo a darle il benvenuto. Per non glielo chiesi, in fondo perch avevo paura di toccare questo tasto sciagurato. Lucile aveva dichiarato che non avrebbe lasciato la citt, non toccando a lei di ritirarsi davanti a Galeide. Non intendeva per di rivederla ed avrebbe saputo bene evitarne l'occasione; avrebbe ugualmente fatto in modo che anche i suoi bambini non la vedessero. Lo riferii a Galeide ed essa mi ascolt con calma; poi disse che Lucile aveva il diritto di agire in quel modo e che, quantunque si struggesse di rivedere il piccolo Harre, non avrebbe cercato di opporsi ai suoi desideri. Soggiunse di proprio impulso che non sarebbe rimasta per molto tempo, ben sapendo che lei ed Ezard non potevano abitare nella stessa citt. Cosa avrebbe detto il bisnonno era un'altra faccenda su cui per il momento non ci fermammo.
Difatti, poich da principio tutto sembrava andar bene, io mi godetti la presenza di Galeide. Era cos uguale, calma, serena e fiduciosa che la vita sembrava pi facile quando lei era l e ci si sentiva da lei pacificati e, nello stesso tempo, animati. Spesso l'accompagnavo quando suonava il violino. Suonava veramente bene, sicch a vederla nella sua posa spigliata e fiera si era indotti a credere che avrebbe raggiunto nella sua arte una grande bravura e forse la perfezione. Il bisnonno, da principio, aveva stentato un poco a identificare la sua presenza reale con l'immagine che egli si era fatto di lei e portava nella memoria; ma dopo, la sua contentezza crebbe di giorno in giorno e divenne smisurata quando s'aggiunse anche l'ammirazione delle persone meno intime. Difatti conoscenti antichi e nuovi erano accorsi poco per volta a vedere la violinista tornata in seno alla famiglia e Galeide fu anche invitata a prodursi pubblicamente in un concerto, poich feste e lieti convegni dovevano ricominciare ora che l'inverno aveva finalmente del tutto vinto il contagio. Chi era vissuto per tanto tempo nell'angoscia e a buon diritto poteva considerarsi salvo per miracolo, si precipit con bramosi sensi nei piaceri nuovamente concessi e Galeide che in qualit di concittadina, ma esaminata e approvata all'estero, aveva in precedenza tutti i cuori per s, avrebbe potuto ritenersi sicura di un successo inconsueto anche se la sua esecuzione non fosse stata particolarmente brillante. Debbo per dire che ella merit i vivissimi applausi che le furon rivolti.
Ezard si trovava tra gli ascoltatori e tutti, ora che la pubblica opinione si era schierata dalla nostra parte, parvero trovarlo giustissimo. Credo che Ezard e Galeide apparissero agli occhi della gente come coloro che pur avendo peccato hanno poi riparato con opere splendide ed efficaci gloriosamente e pi che a sufficienza il loro errore. Del pari si trov naturale che Ezard venisse da noi dopo il concerto, e cos io li vidi nuovamente insieme, per la prima volta dopo la morte di mio padre. L'allegra disinvoltura con cui si salutarono rafforz la mia supposizione che si fossero gi visti prima; il bisnonno invece vi scorse una conferma della sua opinione che il loro sentimento si fosse purificato trasformandosi in una buona amicizia fraterna. La luce di beata felicit che si irradiava da loro appena erano insieme avrebbe dovuto avvertirlo che le cose stavano ben altrimenti.
Erano venuti a casa nostra parecchi conoscenti, tra i quali quel Wendelin, rimasto scapolo perch non poteva dimenticare Galeide. Il meschino si era subito trascinato con le sue ali bruciacchiate vicino alla fiamma che nuovamente ardeva e rinnovava gli antichi tormenti, cercando di mitigarli con speranze assurde. Galeide lo trattava con disinvoltura, come se nulla fosse successo, e questo ella faceva naturalmente perch i tormenti di un innamorato respinto la toccavano cos poco che non aveva neppure bisogno di dimenticarli per tenere con lui lo stesso indifferente contegno che teneva con gli altri. Inoltre la sua passione era cos violenta ed esclusiva che non si accorgeva di alcun altro uomo all'infuori di Ezard e tutta si concedeva all'ebbrezza di saperlo vicino a s. Due o tre volte seppero fare in modo, con un pretesto qualsiasi, di vedersi da soli per alcuni istanti fuori della sala da ricevimento e questo fecero con una ingenuit divertita, come due fidanzati, cos totalmente il sentimento trionfante del loro accordo e del loro amore escludeva il pensiero della colpa da essi in quel momento commessa. Fu precisamente questa assenza di ogni imbarazzo che fece apparire agli sguardi altrui, senza che lo facessero apposta, il loro agire come assolutamente insospettabile; poich lo spettatore che, sottratto a qualsiasi influenza, pu dal suo posto d'osservazione riconoscere chiaramente l'errore, difficilmente si rende conto come lo stesso colpevole non abbia punto bisogno di esserne consapevole in misura eguale.
Quando gli ospiti furono partiti Ezard rimase ancora. Fu allora come quando un elemento, il fuoco o l'acqua, trattenuto a forza, lasciato libero prorompe. Non che il loro amore si tradisse con dimostrazioni sconvenienti, ma esso rivel la sua presenza ineffabile con una forza misteriosa, come il profumo che un fiore notturno comincia a esalare quando vien buio. Galeide aveva ricevuto in omaggio un mazzo di fiori e ne erano state tolte le rose per infilargliele, bianche e rosse, a caso, nei capelli. Cos adorna sedeva, calma eppur ardente come la vita stessa, come qualcosa di legittimo e di incontrastabile che nessuna contraddizione sembra poter dissolvere. Questo era, ne sono persuaso, la conseguenza della calma interiore che essa veramente possedeva, ma che non vorrei assolutamente vedere giudicata come autoapprovazione o autocompiacimento; poich se davvero era contenta di s, lo era per una specie di candida gratitudine, come ci si rallegra di un dono, o piuttosto in considerazione dell'immutabilit della sua natura e del suo carattere, per cui non valesse la pena di perderci del tempo; per esser vanitosa era troppo irriflessiva e troppo poco portata a ripiegarsi su se stessa.
Se dapprima mi ero lasciato trascinare dalla possente sicurezza di questa creatura a trascurare quanto vi era di inaudito nei rapporti di Ezard e di Galeide e ad accettare la loro intima unione come un dato irrefutabile, appena restammo soli ricuperai la lucidit del giudizio e sentii che la noncuranza con la quale si lasciavano andare sotto ai nostri occhi era uno spregio e un insulto o altrimenti una follia come di bestia tornata selvatica che nella sua cieca furia abbatte, senza volerlo, ogni cosa intorno a s. Pu darsi che il mio contegno li inducesse a rientrare in s perch d'un tratto Ezard si alz per andare; tuttavia quando Galeide disse che l'avrebbe accompagnato fino al portone non seppi intervenire e rimasi indietro passivamente, come legato a una catena. Credo che il bisnonno contasse come me, tremando, i brevi minuti, parsi eterni, che ella rimase fuori. Quando rientr era pallidissima sotto le rose rosse nei capelli e sembrava attendersi un rimprovero o un attacco da parte nostra. Ma siccome non dicemmo nulla, si inginocchi accanto al bisnonno e gli disse con tenerezza impetuosa buona notte. Pu darsi che egli tutto ad un tratto riconoscesse che le speranze su cui aveva cercato di sostenersi non erano altro che spuma e che la sua prediletta era minacciata inesorabilmente da un fato che era la sua colpa stessa, perch l'attir pi volte a s con forza e presale la testa con ambo le mani la fiss con un lungo sguardo insistente.
Parvero ora tornare i tempi in cui l'attesa di un fulmine annientatore tiene sospesi nell'angoscia, eppure nello stesso tempo lo si desidera, se non altro per liberarsi in qualche modo dall'oppressione di una terribile afa.
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Ma quando venne, venne per di sorpresa. Fu una cosa terribile e l'averla vissuta mi riempie di raccapriccio. Galeide era decisa a partire e il caso volle che una buona occasione si presentasse. A Ginevra infatti, ove aveva protettori ed amici, le fu offerto un posto di violinista nell'orchestra, che, se non glorioso, era per lo meno un impiego onorevole. Le rimaneva in tal modo la possibilit di perfezionarsi ulteriormente, cosicch non occorreva rinunciare per questo ad una carriera pi alta alla quale per giudizio di tutti sembrava destinata. Ella accett subito poich aveva preso ad amare Ginevra ed i suoi abitanti e sapeva conciliare l'ambizione che poteva essere in lei con una forte pazienza, ed anche, d'altra parte, perch le si offriva in tal modo il pretesto che cercava per lasciare il bisnonno e la patria. Il bisnonno si rassegn pi facilmente di quanto avessimo pensato, ma pose la condizione che Galeide non partisse prima del termine stabilito per assumere il posto, che era la Pasqua. Fu dunque deciso cos. Subito per torn ad impadronirsi di Ezard e di Galeide la sensazione come se questo tempo che era loro concesso fosse un dono della grazia e andasse goduto sino in fondo, come un condannato a morte trascorre in baldoria l'ultima notte, durante la quale il carnefice deve soddisfare tutti i suoi desideri.
Un giorno Lucile mi chiam a mezzo di una lettera. Mi recai da lei con i presentimenti pi spiacevoli che tosto ricevettero conferma. Infatti mi accolse in uno stato di grande eccitazione e mi comunic che Ezard l'aveva messa a conoscenza dei suoi rapporti con Galeide e pregata di acconsentire al divorzio. Mi sentii quasi sollevato ora che Ezard aveva strappato quella rete d'inganno e di tradimento, tanto pi confidando ch'egli sapesse compiere quel passo senza pregiudizio alla sua riputazione e, di riflesso, a quella della nostra famiglia. Dovetti per subito accorgermi non esservi alcuna speranza che Lucile acconsentisse ad una separazione amichevole. Gi da molto tempo, disse, e pi di quanto Ezard avesse immaginato o voluto, ne aveva indovinato il giuoco (e lo diceva soltanto per non sembrare quella triste donna tradita che in realt era). Egli aveva lavorato, fatto economie e sacrifizi per guadagnare denaro sufficiente a riscattarsi da lei, e nel frattempo l'aveva tenuta a bada e cercato di ingannarla sulla vera realt delle cose, affinch non si scoprissero le carte prima che egli potesse separarsi da lei conservando un'apparenza di onorabilit (offrendole cio in compenso tanta felicit quanta ne pu procurare la ricchezza). Ora il momento era venuto. Ma egli aveva sbagliato i suoi calcoli. Ella non era di indole tale da sacrificarsi affinch due perfidi cuori raccogliessero una felicit immeritata. Ella aveva smesso ogni considerazione per Ezard, come in genere per ogni altro uomo; egli per lei non era pi niente; ma ella voleva conservare un padre ai suoi bambini. In genere, poi, era contrario ai suoi princip accondiscendere allo scioglimento del matrimonio che  sacro, perch istituito da Dio. Il legame era altrettanto tormentoso per lei come per lui, ma ella l'avrebbe sopportato perch l'aveva giurato davanti a Dio.
Tutto questo corrispondeva perfettamente al suo modo di essere, ma io vi scorgevo qualcosa d'altro ancora, pure intieramente conforme alla sua natura, e questo era che ella non voleva separarsi da Ezard perch non ostante tutto l'amava come prima o anche pi di prima; solo, metteva avanti tutti gli altri motivi per cui non voleva ridargli la libert per non dover fare a se stessa, e tanto meno poi agli altri, la confessione umiliante di quella che essa considerava una debolezza. Proprio questo per mi convinse che la causa di Ezard era senza speranza, poich era sempre possibile confutare o almeno far tacere dei motivi, ma nulla si poteva fare contro quella volont cieca di averlo e di tenerlo per s, a meno che non intervenisse un miracolo a liberarne lei stessa. Mi provai tuttavia ad esporle il mio pensiero sulla questione e lo feci senza scusare Ezard e Galeide; tuttavia mi schierai in un certo senso dalla loro parte perch dissi che stando ormai le cose a quel modo non si potevano cambiare e quindi era sempre meglio che vi fossero due esseri felici invece di tre infelici; che del resto era facile prevedere che anche lei si sarebbe sentita pi contenta, quando avesse spontaneamente rinunciato ad una posizione cos penosa e senza dignit com'era la sua. Ma pi mi sforzavo di persuaderla, pi essa andava eccitandosi al sospetto ch'io volessi strapparle Ezard, sicch incominci a confondere motivi e princip con il suo amore, dicendo anche di dover proteggere Ezard da Galeide la quale non l'avrebbe reso che infelice, mancandole tutte le virt veramente femminili alle quali proprio Ezard dava gran peso, e altre cose del genere. Al colmo dell'eccitazione esclam infine che qualunque cosa Ezard tentasse, mai e poi mai gli avrebbe ridato la libert, a meno che non lo lasciasse per sempre, col darsi cio la morte; se allora egli e Galeide avessero avuto il coraggio di tendersi la mano colpevole al di sopra del suo cadavere, facessero pure: il castigo non si sarebbe fatto aspettare. Io mi sgomentai, poich la credevo benissimo capace di uccidersi in contraddizione con tutti i suoi princip, come un bimbo caparbio, troppo duramente punito dai genitori si finge malato per farli spaventare. Nel tempo stesso sentivo intensamente la sua infelicit e il suo abbandono, ma pi col cervello che col cuore, sicch, per quanto desiderassi di renderle giustizia, potei sembrare piuttosto suo avversario che suo amico: in fondo non ero n l'uno n l'altro.
Galeide, alla quale confidai tutto questo, insieme al mio pensiero ed alle mie apprensioni, sembrava quella che di tutti noi portasse ancora pi affetto a Lucile, forse anche perch l'aveva nel ricordo quale essa era stata prima che le amare esperienze ne avessero inaridita l'anima e indurito i tratti. Del resto Lucile non appariva n invecchiata n imbruttita, ch anzi la corporatura minuta le aveva lasciato qualcosa di infantile con cui facevano deliziosamente contrasto i grandi occhi ardenti. Ma le mancava l'armonia propria delle nature complete; Galeide invece l'aveva e perci poteva infondere un tal senso di riposo e di contentezza, come se non vi fosse pi niente da desiderare in questo mondo fuorch di poterle stare sempre vicino.
Galeide, Ezard ed io non avevamo mai parlato insieme di queste cose, n di quanto si poteva fare o sperare. Una sera andammo in barca sul fiume che attraversa la nostra citt; era caldo e buio e remavamo adagio. A un certo punto smettemmo del tutto, sicch la barca si muoveva solo dondolando piano, e guardammo, seguendo ciascuno il filo dei suoi pensieri, verso il fondo d'un verde scuro. Galeide disse:
"Presto rivedr il lago azzurro di Ginevra. Vi fossi gi... almeno tutto sarebbe passato". Intendeva la pena del distacco.
"Questa volta non staremo separati per tanto tempo", disse Ezard; "sento come se la nostra felicit e il nostro amore fossero una cosa sacra che io devo difendere. La nostra stella vincer, ne sono sicuro".
Galeide, di cui potevo vedere dal mio posto il viso bianco, non rispose nulla, bens scosse adagio e tristemente la testa; sorrise per come se tuttavia ricordasse la felicit che aveva goduto e che, per quanto peccaminosamente estorta al destino, era pur stata felicit come ogni altra. Io dissi malinconicamente:
"Quando penso che mi sembra ieri che Galeide ed io abbiamo remato per la prima volta di nascosto su questo fiume (mio padre non ne voleva sapere, nel timore che ci potesse succedere qualche cosa) e che ora il bel tempo della speranza che si chiama giovinezza sar tra breve tutto alle mie spalle, non capisco perch ci si tormenti a desiderare, a lottare e a soffrire per dei beni reali o apparenti; comunque sia, tutto finisce lo stesso come un sogno.
"S", replic Ezard con voce ferma: "troppo rapida trascorre la vita. Per questo bisognerebbe passare il minor tempo possibile nell'attesa ed essere noi il nostro destino. Abbiamo una vita sola e breve, perci non  di poca importanza il modo come essa si svolge. La felicit che potrei avere  mio diritto: io posso conquistarmela".
Queste parole dovettero avere per tutti un suono sinistro perch nessuno os replicare; afferrammo i remi in silenzio e tornammo senza fermarci verso il punto d'approdo.
In quei giorni erano stati di nuovo osservati alcuni casi di colera che per questa volta non ci colsero alla sprovvista, poich i medici avevano avvertito fin da prima che l'epidemia sarebbe potuta tornare a manifestarsi in primavera. Si aveva ora abbastanza esperienza per non perder cos subito la testa; ognuno fu di nuovo immediatamente al suo posto ed anche Ezard riprese la sua attivit come allora. Se ne parlava meno dell'anno passato ed in fondo nessuno temeva per s; ma accadde che la bimba di Lucile inferm gravemente. Eva e Galeide si offrirono subito per assisterla, ma l'aiuto di Galeide, non altrimenti da quanto era da attendersi, fu aspramente respinto. Tutto si svolse in modo cos fulmineo che non mi  possibile descriverlo. Lucile era completamente fuor di s, non voleva accettare conforti n incoraggiamenti da alcuno.
Essendosi Lucile rifiutata di separarsi dalla bambina, questa rimase in casa senza che si chiamasse un medico, cosa del resto inutile perch Ezard era perfettamente al corrente di quanto si doveva fare per alleviare il male e, in genere, per combatterlo. La bimba mor quella sera stessa. Eva venne da noi, dopo aver rinunciato a far qualcosa per calmare il folle dolore di Lucile. Era assai preoccupata perch la meschina non voleva che le togliessero dalle braccia la bimba morta e non si poteva nemmeno indurla a prendere le misure preventive a tutela della propria salute. Seguendo il corso dei miei pensieri, chiesi dove fosse Ezard e cosa facesse.
"S, Ezard! Non dovrebbe lasciarla fare, dovrebbe costringerla a farsi forza. Ma sapete bene come sono tra di loro. Io non posso farci nulla".
Galeide che era presente alla nostra conversazione si fece pallida come una morta ed io credetti di accorgermi che tremasse. Quando Eva fu uscita le chiesi:
"Galeide, cosa pensi?"
Mi fiss con un lungo sguardo e disse:
"Penso: se ora si ammalasse e morisse! Sai bene che per noi sarebbe la felicit e la salvezza. Se dunque ascoltassi il mio cuore dovrei desiderarlo.  orribile doversi dir questo".
Rabbrividii. Di l a non molto tempo Ezard mi mand a chiamare poich Lucile era malata e chiedeva di me. Io guardai Galeide.
"Va dal bisnonno", dissi, tanto mi fece paura.
Ella scosse la testa.
"Torna presto", preg con voce spenta.
Lucile era a letto; i suoi grandi occhi si volsero subito verso di me quando entrai; in quel momento non appariva molto alterata. Volle impedirmi che mi accostassi, ma io mi sedetti ugualmente su una sedia vicino al letto, senza che mi costasse alcuno sforzo perch nella mia eccitazione non pensavo n a precauzioni n a pericoli. Fece cenno a Ezard di voler parlare con me da sola ed egli usc.
"Ludolf", disse, "vuoi provvedere tu che mia madre e mio fratello non sappiano mai che ho abiurato la religione cattolica?"
Mi ero aspettato che mi parlasse di argomenti ben pi penosi e mentre provavo un senso di sollievo, subito (tale  l'egoismo degli uomini) la mia simpatia per lei crebbe e dissi quanto pi cordialmente potei:
"Ci penser io che non vengano a sapere mai nulla. Ma, non  vero che non ti tormenta di averlo fatto? Perch tu hai agito in buona fede, e di questa tiene conto Dio, se un Dio c'".
Mi accorsi ora come l'infelice creatura dovesse aver sofferto per la mancanza di tenerezza e di simpatia perch il tono affettuoso delle mie parole la commosse sino alle lagrime.
"Lo sai, Ludolf", disse singhiozzando, "che la mia bambina  morta? L'unica creatura su questa terra che mi amasse ed avesse bisogno di me! Oh, fossi rimasta a casa, fossi rimasta a casa!"
Questo lamento semplice mi entr nel cuore come una lama di coltello e un grande sgomento mi colse a motivo della nostra durezza e mancanza di amore verso la fanciulla forestiera, cui forse non avremmo mai pi potuto riparare. Mentre mi chinavo su di lei per farle amorevolmente coraggio, mi accorsi da una contrazione spasmodica del suo viso che il male stava per riprenderla. Pieno di spavento mi raddrizzai per chiamare Ezard, ma ella mi trattenne con uno sguardo supplichevole e disse con fatica, tra visibili tormenti:
"Quando sar morta, Ludolf, portami a casa. Non voglio stare nella vostra terra, voglio tornare a casa."
Io feci un cenno del capo, ma poich vidi che ella desiderava una conferma pi energica, dissi forte:
"S, Lucile; ti porter a casa, se morirai; te e la tua bambina. Ma non devi morire. Adesso chiamo Ezard".
Ezard entr in quello stesso momento e ordin in fretta alcuni rimedi che potevano giovare a Lucile o almeno alleviare il suo stato. Ma ora, addio, dominio dei miei nervi! Lo spettacolo di quelle sofferenze atroci mi rivoltava le viscere in corpo. S'aggiunse a questo un'impressione singolare: Ezard, infatti, si trovava per caso ai piedi del letto e poich nella stanza semibuia appariva molto pallido e alto, mi venne in mente la fiaba della morte che appare al capezzale di un infermo quando vuol avvertire che questi  ormai in suo potere. Non riuscivo a liberarmi da questo pensiero ed esso aument il mio raccapriccio al punto che il mio aspetto lo dovette tradire. Difatti Ezard mi sugger piano di andare in un'altra stanza; tanto non potevo far nulla e per me era meglio. Poich non mi sentivo assolutamente pi la forza di trattenermi pi a lungo andai a sedermi in una stanza attigua; tremavo in tutto il corpo senza poter far nulla per impedirlo. Nello stato di malessere in cui mi trovavo credetti di sentire la malattia gi in me e questo non fece che peggiorarlo, sicch decisi infine di uscir da quella casa e di andare a prendere una boccata d'aria. Veramente, dopo aver camminato un poco per la strada mi sentii meglio e, dopo circa mezz'ora, fattomi forza, tornai da Ezard.
Nel frattempo Lucile era morta. L'impressione fu cos forte che Ezard, il quale era perfettamente calmo, dovette sorreggermi. Come mi fui riavuto un poco e l'ebbi guardato, la sua calma mi sembr avere una rigidit poco naturale. Non potevo distogliere gli occhi dalla sua terribile bellezza. Nel suo viso non vi era mai stata, e neppure adesso vi era, un'impronta di durezza o addirittura di crudelt. Sembrava anzi sempre animato da una bont sincera.
Cosa veramente pensassi non posso dire, tanto pi che mi rendevo conto solo in parte dei miei pensieri. Mentre contemplavo Lucile distesa cos rigida, crebbe la confusione dei miei sensi; all'improvviso fu come se dentro di me si facesse un grande silenzio ed in questo silenzio risuon distintamente, quasi parlasse una voce ignota: "questa  la terza". Queste parole erano ripetute ai miei orecchi sempre pi di frequente, sempre pi in fretta, e infine sembr che tutta la stanza ne risuonasse. Gettai un'occhiata a Ezard e dal suo viso credetti di accorgermi che egli stava in ascolto, ma quest'impressione era certo dovuta soltanto alla mia fantasia sovreccitata. Quello che non era impossibile era che egli vi pensasse. Ma dirlo non avrei potuto. Per quanto ricordi, non abbiamo durante tutto quel tempo scambiato parola.
Quando mi disposi ad andare, Ezard disse:
"Vengo con te; bisogna che veda Galeide".
Per via non potei pi liberarmi dalla sensazione orrenda che stavamo portando a casa una buona notizia ed una speranza di tempi migliori. Galeide era in piedi nella stanza quando entrammo.
"Galeide", disse Ezard ancor sulla porta con voce bassa, " morta".
Subito dopo si gettarono l'un nelle braccia dell'altra e proruppero in lagrime entrambi. Ezard piangeva cos impetuosamente quasi dovesse col fiume delle sue lagrime rimuovere delle pietre dal suo cuore; e davvero la sua fisionomia si fece pi chiara e il suo atteggiamento mut, come quello di un uomo che ha dovuto trascinare in cima a un monte un peso insopportabile e, avendola raggiunta, lo butta via. Tuttavia erano seri entrambi, non perch lo esigevano le convenienze, ma perch sentivano cos. Per tutto il tempo che rimasi in compagnia di Ezard e di Galeide anch'io mi sentii il cuore pi leggero e dimenticai le mie fantasie paurose. Ma appena fui solo e cercai di prender sonno esse si ripresentarono e la mia eccitazione crebbe quando mi venne l'idea di dover accompagnare i battiti del mio cuore ripetendo incessantemente dentro di me: la terza, la terza, la terza. Vedevo Ezard davanti a me pallido, enigmatico ed imperturbabile come la morte nella fiaba. Che sia stato, quel giorno, davvero il complice della morte? Io so che egli non ha ucciso; ma un giudice equanime non direbbe forse che  uccidere anche il lasciar morire? Tutte cose passate a cui ormai nessuno pensa pi. Ezard e Galeide sono polvere come lei che per causa loro  morta e finita; invece della felicit sul cui caldo petto essi volevano a tutti i costi gettarsi, hanno abbracciato la morte.  questa la storia singolare che intendo narrare nelle pagine che seguiranno.
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32.
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Nessuno trov strano che Lucile e la sua bambina fossero morte in due giorni consecutivi, dato che in tempi di colera era raro che in una casa un decesso rimanesse isolato. E forse nessuno all'infuori di me fu ossessionato da pensieri tormentosi sul modo preciso come la sciagura si svolse. Mi sembra ora strano che io abbia potuto, nonostante tutto, frequentare Ezard come prima, ch'io non abbia anzi mai cessato un istante di amarlo, che mi facesse persino bene di stare vicino a lui. L'anima che mi guardava dai suoi occhi scuri aveva non so quale innocenza consapevole che esercitava un fascino sicuro su chiunque lo conoscesse. Forse era anche la forza irresistibile della passione che era in lui a comunicarsi agli altri, sicch non ci si chiedeva come mai egli potesse fare questa o quella cosa, bens si sentiva ch'egli doveva farla.
Io non avevo dimenticato un momento la promessa fatta a Lucile, e per esserle pi fedele in morte di quanto purtroppo non lo ero stato in vita presi la risoluzione di accompagnare io stesso in patria la bara dove essa e la sua creatura riposavano.
Il bisnonno propose che Galeide mi accompagnasse e lo fece con un secondo fine che io subito indovinai. Nella nostra famiglia si trovava naturale che Ezard e Galeide, trascorso un certo tempo, si sposassero, ma il bisnonno si preoccupava che essi stabilissero un termine troppo vicino, suscitando scandalo tra la gente; e siccome ci teneva assai che le convenienze fossero rispettate, desiderava anzitutto allontanare Galeide, sperando che il resto sarebbe poi venuto da s. Galeide fu pure d'accordo, tanto pi che io appoggiai la preghiera del bisnonno perch mi facevo una festa di vagare con lei per le montagne della Svizzera. Anche Ezard non trov nulla da ridire; parve anzi approvare il progetto, forse semplicemente perch era contento che Galeide soggiornasse in quel bel paese; erano d'altronde cos fiduciosi entrambi, e cos felici e tranquilli sul loro avvenire che la parola separazione non aveva per loro alcun significato: tanto indissolubilmente si sentivano uniti. Partimmo dunque insieme, appena i preparativi necessari furono compiuti; Ezard ci accompagn per un tratto. Presero commiato l'uno dall'altro con aria sicura e lieta; Ezard rimase vicino al treno fin che si mosse; Galeide ed io eravamo affacciati al finestrino del nostro scompartimento. Si sorrisero fin che poterono vedersi; solo quando ci allontanammo dal finestrino vidi che ella aveva le lagrime agli occhi e si era fatta molto pallida.
"Pensavo", mi disse accorgendosi del mio sguardo meravigliato, "che non sarei stata triste; e invece ora lo sono. Tutt'ad un tratto ho avuto paura. Mi sembra cos facile che gli possa succedere qualche cosa. Avrei fatto meglio a restare a casa".
Cercai di dissipare quei timori fantastici, e per distrarla e prevenirla insieme le parlai degli uomini e dei costumi della patria di Lucile, come le avevo conosciute io anni addietro. La mia descrizione del giovane Gaspard che avevo in segreto soprannominato Kasper, per umiliarlo, la divert in modo particolare; avendolo notato, raccontai per esteso tutto quello che di lui mi era rimasto nella memoria, raggiungendo cos il mio scopo e riconducendola al suo umore lieto.
La mamma di Lucile era venuta a prenderci alla stazione; era rimasta tale e quale come la ricordavo. Una certa somiglianza nel suo viso con Lucile dovette forse commuover Galeide perch camminava pallida e taciturna accanto a quella donna vigorosa; questa, da parte sua, sembr provare quasi subito della simpatia per Galeide e disse molto amabilmente che i suoi modi le ricordavano nostra madre che allora le era tanto piaciuta. Si scus che il suo figliolo non fosse venuto anch'egli a riceverci, dicendo che non aveva potuto per l'ora. Raccont che aveva studiato scienze naturali ed agraria in diverse universit, che aveva poi sollevato sua madre di una parte del lavoro ed acquistato poco per volta altri terreni che ora amministrava, continuando per ad occuparsi di studi scientifici. Mi torn strano, quantunque noi stessi volentieri lo evitassimo, che si indugiasse cos poco a parlare di Lucile. Com' l'indole della gente di campagna, era avara nel manifestare sentimenti, anzi lo era dei suoi sentimenti stessi. Lucile era morta; cosa c'era ancora da dire di lei? Nelle faccende di questa terra non entrava pi e il resto era affare del buon Dio che presiedeva alle cose dell'al di l. La nostra preoccupazione di quello che avrebbe detto per il fatto che non era Ezard a ricondurre in patria la salma di sua moglie era stata pure inutile, perch essa trov naturalissimo che la sua professione non gli consentisse di intraprendere cos all'improvviso un viaggio non indifferente, e in fondo sembrava anzi tenerlo a motivo di questo in maggior considerazione di noi, subito pronti quando ci piacesse a spiccare il volo come farfalle, senza per questo lasciare un vuoto o dare disturbo ad alcuno.
Vedemmo Gaspard solo a cena, dove egli si scus brevemente e senza troppe spiegazioni di non averci salutati prima. A me ramment subito i rapporti poco amichevoli intercorsi tra noi al tempo della nostra prima conoscenza e per quanto il tono fosse bonario e scherzoso io l'interpretai insieme come un avvertimento che ove mi comportassi non diversamente da allora anch'egli sarebbe rimasto il medesimo e come allora avrebbe sfondato il vetro col pugno se non gli fosse riuscito di imporre la sua volont altrimenti. Galeide mi lanci un'occhiata divertita dalla quale capii subito che lo trovava detestabile e questo mi fu di grande soddisfazione. Debbo per confessare che egli non era veramente brutto; ma il suo viso alle prime metteva paura per una forza di volont e una prepotenza che vi erano impresse quali di solito s'incontrano fra le trib selvagge che non rispettano i limiti imposti dalle convenienze o addirittura li ignorano. Quello che soprattutto mi irritava e mi cambiava in veleno anche la parola pi cortese che uscisse dalle sue labbra era l'impressione - e poteva anche essere realt - che egli me la largisse come un premio per il mio contegno fino a quel momento irreprensibile. Osservava Galeide attentamente e con sfacciata franchezza, e di questo pure mi irritai un poco. Ella per non sembrava accorgersene e chiacchierava per lo pi con madame Leroy, con quell'affabilit e quella grazia che le erano proprie senza per altro costituire il lato pi spiccato del suo carattere. Quando rivolgeva la parola a Gaspard lo faceva con una cert'aria di superiorit che da una parte poteva venire dalla consapevolezza degli anni che ella contava pi di lui, dall'altra per dalla prevenzione che io le avevo infuso; in genere agli uomini giovani usava mostrare una indifferenza noncurante. Io non potei rendermi esattamente conto dell'impressione che questo gli fece, se per caso si sentisse offeso; ma lo credetti probabile, cos come lo conoscevo. Il suo contegno era composto e corretto; mangiava con grande appetito, il che mi dispiacque perch la mia salute non me ne consentiva pi uno altrettanto robusto; beveva invece pochissimo ed io lo interpretai come una mancanza di cortesia e di cordialit, tanto pi che al mio invito di fare un'eccezione per quella sera egli oppose un no asciutto, senza complimenti. Quando Galeide ed io ci scambiammo le nostre impressioni sulle esperienze della giornata, Galeide era di ottimo umore e piena di trovate divertenti sul conto di Gaspard. Invece la giornata che segu fu seria poich ebbe luogo la deposizione di Lucile nella sua terra natale. Gaspard aveva fatto portare la bara in casa il giorno avanti, senza che alcuno se ne accorgesse. Fu ora deposta nel vestibolo, circondata da alti ceri gialli che protendevano tristemente le loro deboli fiammelle rosse nella fredda chiarit del mattino. La bara era intieramente coperta di rose sciolte, recise, ed era stato probabilmente Gaspard che cos aveva ordinato, seppure non l'aveva fatto egli stesso. Passando di l un momento che non c'era nessuno, mi fermai pensieroso a contemplare quella viva stupenda fioritura estiva, cos varia di colori, sulle soglie della morte, e mentre il profumo sottile ma intenso saliva a me dagli innumerevoli calici, mi vennero in mente le rose che avevano adornato quella stessa morta nel giorno delle sue nozze, il pi bello certamente e insieme il pi infausto della sua vita. Com'era facile dimenticare gli anni intercorsi e immaginare che quelle rose fossero le stesse che allora, come se fosse ieri, avevano adornato l'altare e oggi accompagnavano sotto terra la figlia della casa! Ero assorto in queste strane fantasie quando Gaspard apparve nell'atrio. Avevo in animo di chiedergli se quelle erano rose del cespuglio sotto la finestra, ma ero incerto se l'espressione del suo volto promettesse una risposta cordiale; poich ad una scortese non mi volevo esporre, mi volsi rapidamente e uscii per andare a prender Galeide perch la bara stava per essere portata in chiesa dove bisognava assistere ad un ufficio funebre. Quando entrai da Galeide, che mi aspettava in piedi in mezzo alla stanza, la sua vista mi spavent e tutto d'un tratto tornarono ad agitarsi in me le orribili fantasie, messe a tacere con tanta fatica, del giorno in cui Lucile era morta, poich aveva un aspetto come se le trombe del Giudizio l'avessero chiamata a giustificarsi davanti al Dio onnisciente. Ma fedele alla sua natura, che conoscevo abbastanza, portava la testa fieramente eretta, non come chi voglia difendersi, ma come chi ha atteso una sentenza di condanna ed ora  disposto a riceverla e a gettarsi spontaneamente e senza un lamento negli abissi dell'inferno. Tuttavia cercai di persuadermi che il ricordo dell'amica un tempo amata e di quanto essa per causa sua aveva sofferto, e insieme il pensiero della felicit che sarebbe fiorita dalla sventura della morta, le avessero causato un'emozione repentina che ora si dipingeva nel suo aspetto. Le chiesi se preferiva restare a casa, ma essa scosse solamente la testa e allora scendemmo insieme le scale che conducevano al vestibolo. Gaspard era ancora l, in piedi vicino alla bara, e mi parve di capire ad un tratto che ci avesse aspettato, forse per vedere che impressione avrebbe fatto a Galeide, che non l'aveva ancora visto, il feretro adorno di fiori. Poich in fondo non era assolutamente impossibile che Lucile, se non con sua madre, si fosse sfogata per lettera con suo fratello sulle condizioni insopportabili della sua vita ed egli non solo ci avesse preso in antipatia, ma gli fosse nato addirittura il sospetto che Galeide potesse avere almeno desiderato la fine di sua sorella. Tormentato da questo pensiero, non smettevo un istante di osservarlo, ma non potei notare alcun segno di inimicizia o di diffidenza nel modo com'egli la guardava, bens, semmai, qualche volta, qualcosa come ammirazione ed una indulgente bont. E intanto non potei fare a meno di osservare che in quegli occhi scuri l'anima splendeva come un astro sul fondo azzurro della notte. Entrammo ora in chiesa dove la bara fu di nuovo collocata su di un palco e una fila di candele furono accese: Galeide ed io stavamo da un lato di essa, Gaspard e sua madre dall'altro dirimpetto a noi, cosicch eravamo continuamente costretti a guardarci. Di quanto disse il sacerdote francese non sentii nulla, perch dentro di me parlava incessantemente la voce del ricordo e molte visioni mi passavano davanti agli occhi delle quali l'ultima era quella del feretro coperto di rose nella chiesa del villaggio. Soprattutto avevo in mente che press'a poco l, dove adesso era il feretro, Lucile era stata un giorno al braccio di Ezard, ed io probabilmente dove mi trovavo ora, mentre Galeide occupava il posto della mamma. Attraverso queste immagini vedevo gli occhi di Gaspard fissi su mia sorella e questo, ogni volta che me ne accorgevo, mi rendeva inquieto. Ma se poi alzavo lo sguardo su di lei, mi pareva che ella non se ne rendesse conto perch aveva gli occhi fissi nel vuoto come se stesse sognando. Mi succedeva sempre di guardarla con minor prevenzione mettendomi nell'animo di un'altra persona che in quel momento la osservasse e cos, cercando di figurarmi cosa potesse pensare Gaspard guardandola, mi parve che dal suo viso bianco, con quegli occhi che non si aprivano mai del tutto, una meravigliosa dolcezza fluisse, pari al profumo di un fiore estivo, pari a una musica sommessa che avvolge l'anima e l'incanta. Nel ricevere questa impressione non mi parve assurdo che Gaspard si innamorasse di una creatura cos diversa da lui, qualunque fossero i pregiudizi o i sospetti che egli avesse nutrito verso di lei prima, e questo pensiero mi calm, riuscendomi addirittura gradevolissimo per l'umiliazione che gli sarebbe immancabilmente toccato di subire. Tuttavia Gaspard nella sua impenetrabilit aveva qualche cosa di cui mi era cos difficile venire a capo che io ogni poco dubitavo dell'idea che m'ero appena fatta di lui; per tal modo egli occupava tutti i miei pensieri senza averne alcuna intenzione e questo mi riempiva di un'animosit verso di lui che si andava facendo sempre pi grande. Galeide certamente non intuiva questa piega dei miei pensieri ed io a mia volta non sapevo di quale natura fossero i tormenti intimi di cui essa sembrava soffrire durante la cerimonia religiosa. Quando questa fu conclusa e il feretro sollevato per esser portato al camposanto, una delle rose che lo coprivano cadde e Galeide, probabilmente senza alcuna intenzione, forse addirittura inconsapevole del suo gesto, si chin a raccoglierla e la tenne in mano; il che non sfugg, come ben m'accorsi, agli sguardi osservatori di Gaspard. La mia fantasia ormai sbrigliata interpret l'espressione del suo volto nel senso che egli pigliasse per un buon segno l'aver ella raccolto un fiore coltivato e colto da lui (ma lei forse non lo sapeva nemmeno) e l'averlo conservato. Andavamo ora, seguendo il feretro come si usa in quei paesi, al camposanto che non aveva niente di bello, essendo nient'altro che un giardino disegnato con rigida simmetria e decorato eccessivamente, dove spiccavano fiori variopinti con un contrasto di colori stridente; ma per la sua posizione era un vero angolo di paradiso. Si stendeva non lungi dalla chiesa, su di un pianoro ondulato a monte del paese e di l si apriva la vista in tutte le direzioni e all'orizzonte si vedeva luccicare la bianca fascia delle montagne nevose. Questo poter spingere lo sguardo in lontananza dava una coscienza cos vera della illimitatezza del mondo che, congiunta alla vista delle piccole tombe tra cui ci si trovava, stringeva il cuore con un doloroso presentimento. Mi pareva di chiudere in una prigione come un carnefice quella povera creatura che avesse rivisto almeno una volta sola i campi verdi e ameni e le montagne scintillanti tra le quali era trascorsa la sua infanzia felice. Non potei trattenermi dal pensare che anche Galeide dovesse sentire cos e vergognarsi anzi di essere nel fiore della vita, cos forte e giovane accanto alla triste fossa che era preparata per quella poveretta. Potevo accorgermi anche, poich aveva preso il mio braccio, che talvolta la coglieva un tremito e che i suoi occhi fissavano il feretro con un'espressione di spavento; ma fatta com'era poteva anche darsi che non pensasse neppure a Lucile, ma solo alla morte in genere che pi che temere, odiava, se  lecito dire, come una nemica. Scorsi qui per la prima volta nella mamma di Lucile una leggera commozione, nulla di simile per in Gaspard che in compenso pregava ininterrottamente e con fervore. Poich io non avevo neppure un briciolo di fede o di compunzione, non mi era facile supporre in altri sentimenti del genere ed ero portato sulle prime a considerare ogni esercizio di pratica religiosa niente pi che un'ipocrisia, specialmente se l'osservavo in persone che dovevo ritenere colte ed avvezze a pensare. Pertanto anche questo pregare di Gaspard mi irritava, quantunque in fondo sapessi bene che in lui era cosa profondamente seria e ponderata. Quando Galeide, che era rimasta tutta assorta nei suoi pensieri, se ne accorse per un piccolo segno che io le feci, spalanc tanto d'occhi per lo stupore; se infatti in materia di religione io ero quello che comunemente si dice uno scettico, lei aveva qualche cosa di pagano addirittura ed una naturale tendenza alla ribellione a quello che  l'essenza del Cristianesimo, quale potevano avere avuto gli antichi Sassoni al tempo di Carlo Magno. Mi guard per vedere che impressione mi faceva il contegno fanatico di Gaspard e nell'incontrare il mio sguardo un caro buon sorriso le pass all'improvviso sul volto che solo poche ore prima mi era parso pauroso e fatale come quello di una Medusa e lo immerse tutto in una luce e in un candore d'innocenza. Da quel giorno non l'ho pi vista sorrider cos. Era, quel sorriso, un po' come il sole che illumina i giusti e gli ingiusti: per stolta o errata che giudicasse una cosa, aveva sempre meno biasimo e ironia che compassione o umile stupore.
Quando fu passato questo giorno, parve che le fosse caduta una pietra dal cuore. Il riso le usciva dal petto come esce alla luce dalla sua buia prigione un sepolto vivo, dalla cui bara  stato sollevato in tempo il coperchio; esso sgorgava continuamente, senza motivo, quasi non si stancasse di ascoltarsi e di gioire per la propria liberazione. Quando eravamo soli rideva di Gaspard e sapeva dire sul conto suo una quantit di cose assai divertenti, sicch io mi meravigliavo che potesse essersi accorta di tutto in cos poco tempo e per di pi senza averlo osservato. Qualche volta gli faceva addirittura una bella risata in faccia ed io credo che egli capisse benissimo di non essere tenuto in alcuna considerazione. Ma questo non scuoteva punto la sua calma e la sua sicurezza ed egli continuava a guardarla, appena gli era possibile, cosicch talvolta pensavo che la cosa dovesse riuscirle molesta.
Avremmo ora legittimamente potuto continuare il nostro viaggio, dato che la nostra missione era compiuta e che era nostra intenzione recarci a Ginevra dove Galeide doveva sciogliersi dai suoi obblighi con l'orchestra e insieme prender commiato da alcuni vecchi amici. Ma madame Leroy ci invit inaspettatamente e con tanta premura a prolungare il nostro soggiorno, che non potemmo fare a meno di concederle ancora alcuni giorni. Io per conto mio ero contento di restare il pi a lungo possibile vicino ai monti, miei amici di giovent, e temevo soltanto che Galeide, essendo partita malvolentieri da casa, desiderasse di ritornarvi in fretta. Ma essa acconsent subito, senza nemmeno rivelare un gran desiderio di tornare in patria, sicch in quel momento mi sembr, come mi era gi parsa altre volte, una vera e propria ondina senz'anima. Ma se fosse la voce familiare della divina natura ad attirarla e trattenerla in quella terra privilegiata o se gi qualcos'altro avesse annodato attorno alla sua anima il suo laccio fatale, non saprei dire. Cos restammo, e fu la nostra rovina.
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33.
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Ad un tratto Galeide not gli occhi di Gaspard. Quando precisamente me ne sia accorto non potrei dire, ma trovai strano che, mentre prima questo non succedeva, ora divenisse inquieta quando si sentiva addosso lo sguardo fisso, enigmatico e, soprattutto, che avesse smesso di ridere e di parlare di lui. Poich, come ho gi detto una volta, le faceva piacere di sentirsi amata, non diversamente da una gattina che fa le fusa se la si accarezza per il giusto verso, un grande benessere entr in lei ed ella si scald tutta alla bella fiamma che per lei sembrava ardere in quegli occhi neri. Io me ne compiacqui assai perch mi ripromettevo una bella soddisfazione dalle sconfitte cui Gaspard sarebbe andato incontro, essendo pi che mai sicuro, come lo ero della rotondit della terra, che mai Galeide avrebbe pensato seriamente ad un'unione con lui. Sebbene fosse dunque per me una cosa certa che Gaspard avesse preso in simpatia mia sorella, rimasi tuttavia alquanto sorpreso quando un giorno sua madre mi confess che se dianzi con tanta insistenza ci aveva esortati a restare, questo era avvenuto per incarico di suo figlio. Costui infatti le aveva dichiarato chiaro e tondo che amava Galeide e la voleva sposare. Aveva bens nutrito dapprima la pi grave diffidenza verso di lei, ma presto se n'era ricreduto: l'aveva osservata e capito che andava bene per lui; ella non lo amava ancora, ma l'avrebbe amato, e lui la voleva, quand'anche dovesse andarla a prendere al centro della terra. Io non sapevo cosa dire, perch non potevo certo manifestare davanti a sua madre la mia indignazione per questa folle pretesa. Risposi dunque soltanto che per quanto sapevo Galeide era maggiore di Gaspard di parecchi anni e questo, volere o no, rappresentava un ostacolo; ma che a parte questo io non avevo notato in lei il pi piccolo indizio di una simpatia per il giovane. La donna disse che il primo fatto l'impressionava meno, essendo la giovent un ornamento effimero da non prendersi in considerazione, ma che in ogni modo riteneva non fosse Galeide la moglie adatta per suo figlio. Era nata in un ambiente ed in condizioni affatto diverse e, se pareva assai modesta, questa era lodevolissima cosa, ma non voleva ancora dir nulla perch la natura con lei era stata troppo prodiga e vegliava su di lei, per dir cos, come una mamma orgogliosa che a tutti i costi vuol procurare alla sua prediletta uno splendido avvenire. Questa osservazione sottile in quella donna di poche parole mi piacque. Anch'io a mia volta diventai pi espansivo e dissi che di mia sorella non si poteva far calcolo, potendo darsi benissimo che essa fosse disposta a rinunciare agli agi materiali se, per ottenere una cosa, le fosse necessaria questa rinuncia; ma comunque non credevo attuabile l'idea di Gaspard e pertanto la cosa migliore mi pareva che ci risolvessimo a fare in fretta i nostri bagagli e a tornare a casa. A questo punto la donna s'impaur e con una sollecitudine strana dati i suoi modi di solito asciutti, mi preg di non farlo, poich suo figlio avrebbe potuto pensare che ci fosse ordito da lei per mandare a monte il suo progetto. "Guarda, - pensai io sdegnato - costei ha paura del suo proprio figliolo", e mi rallegrai sinceramente che Galeide potesse infliggere alla sua superbia un'umiliazione tanto salutare. La partenza, prosegu madame Leroy, non servirebbe del resto a niente, perch quando suo figlio si metteva in capo un'idea, questa si insediava nel suo cervello come il diavolo nel cavo dell'albero, dal quale non pot uscire finch tutto il tronco non fu fatto a pezzi.
Mi recai da Galeide tutto contento con la mia notizia, deciso a preparare la nostra partenza senza alcun riguardo per Gaspard e sua madre, ammesso che Galeide fosse d'accordo. Mi aspettavo che scoppiasse anzitutto in una bella risata. Invece spalanc incuriosita i suoi occhi trasognati e ascolt il mio racconto come se io suonassi una musica dolcissima, insomma si comport in tutto e per tutto come una bambina cui si fa la sorpresa di uno splendido regalo.
"Per questo, dunque," disse con un profondo respiro, "per questo mi guardava sempre in un modo cos singolare. Che strano ragazzo! Oh, Ludolf, voglio provare a innamorarmi! Solo per otto giorni, solo finch il sole splende cos divinamente come oggi.  come un sogno essere innamorati cos, modesti come sono i fiori al principio della primavera, che non hanno ancora colori decisi. Questo non l'avevo provato ancora".
Quantunque questo discorso mi sembrasse stravagante, mi dissi che non avevo certo il diritto, con le mie molte primavere del cuore che nemmeno erano state tutte cos graziose come Galeide aveva descritto, di interpretare in cattivo senso questa sua fantasia; in fondo, per una ragazza tanto strana era un'avventura innocente. Frattanto ella guardava davanti a s con un sorriso beato, come se sognasse, come se si trovasse gi in quello stato di cui in anticipo si rallegrava. D'un tratto scosse i capelli, rise, ed esclam:
"Come si divertir Ezard! Bisogna che glielo scriva subito che mi voglio innamorare".
Ma siccome eravamo seduti in un angolo ameno del giardino e non aveva voglia di alzarsi per andare a prendere l'occorrente per scrivere, mi preg di darle una matita e un foglio di carta e su questo cominci davvero a scrivere rapidamente, di getto, con un sorriso cos felice sulle labbra come se fosse quella la prima lettera d'amore della sua vita.
In quel momento Gaspard, la causa di tutto ci, venne verso di noi lungo il viale. Galeide si fece rossa come un fiore di pesco e gli grid, pi gentilmente di quanto non usasse fino allora, di venire a spasso con noi, dato che il tempo era cos bello. Poich lo osservavo attentamente, notai nel suo viso aggrondato un tenero moto di gioia che l, debbo confessarlo, era nuovo e bello, come un raggio di luce di paradiso che attraverso una fessura penetri nella fosca dimora dell'inferno. Ma sia che per orgoglio o per non so quale calcolo non volesse far vedere come quella benevolenza lo rendesse felice, sia che vi fosse nel suo carattere un'avvedutezza inumana - non voglio dire sovrumana - fatto sta che quella bella luce scomparve subitamente dal suo viso ed egli disse a Galeide che in quel momento era occupato, ma che nel pomeriggio sarebbe stato ai suoi ordini. Poich io stesso mi irritai non poco di questo suo contegno, potei misurare dai miei i sentimenti di Galeide; comunque rimasi stupito nel vederla, visibilmente offesa e indispettita, voltargli le spalle proprio con la sgarberia di una bambina, con un "No, grazie" secco, mentr'egli, fatto un inchino, proseguiva la strada. Dapprima non sapevo cosa dirle di questo scatto che mi sembrava assolutamente indegno di lei, appunto perch riguardava il Kasper per il quale, a mio vedere, non valeva la pena di sprecarsi cos. Ma ancor prima di potergliene fare un'osservazione, ella aveva mosso verso di lui alcuni passi e l'aveva chiamato per nome. Egli si volt sull'istante, s da starle nuovamente di fronte, quasi se lo fosse aspettato. Ed ella gli disse che, avendoci ripensato, acconsentiva a una gita nel pomeriggio, se egli avesse tempo e voglia. Egli allora, e non esito a dirlo, non mostr affatto un'esultanza sconveniente, ma il suo viso si illumin dolcemente di gioia e dalle sue parole, dal suo atteggiamento si vide com'era sbalordito dalla felicit; poich spesso in molte cose era impacciato come un ragazzo. Come si furono messi d'accordo, egli prosegu la strada e Galeide, ora, sembr soddisfatta, tuttavia credette opportuno giustificarsi in certo qual modo di fronte a me, e mi disse press'a poco questo:
"Ti meraviglierai che io sia stata cos compiacente al suo orgoglio da richiamarlo indietro. Ho pensato per che non era dignitoso lasciar credere che io fossi offesa. (S, dissi io, questa  anche la mia opinione, ed  anche poco dignitoso esser offesi); per questo ho agito cos, intenzionalmente. Ma la cosa  troppo indifferente, troppo uno scherzo per essere presa sul serio".
Io mi ero fatto alquanto pensieroso e mi andavo chiedendo se era possibile che Galeide fosse un poco civetta; un pensiero che prima non mi era mai passato per la mente. Comunque, ero di quegli uomini cui piace la civetteria nelle donne, quando sia accompagnata da una certa grazia, come ci si compiace delle morbide movenze di un gatto; ma poich non avevo mai notato alcunch di simile in mia sorella, la cosa non mi andava a genio, mi infastidiva.  vero che accettava volentieri, come ho gi accennato pi volte, quei complimenti che le venivan rivolti con finezza e che si lasciava andare con pi libert se era sicura della benevolenza di chi le stava intorno; erano queste le occasioni in cui ella appariva di una dolcezza piena di confidenza, ma non mi era mai venuto in mente di chiamare questo civetteria. Cosa significavano ora questi modi capricciosi e puerili con un giovane che da principio le era semplicemente dispiaciuto e per il quale non poteva provare niente altro fuorch una viva curiosit, essendo egli tanto diverso dall'uomo che ella pi di ogni altro amava? Mi prendeva la collera se pensavo a Ezard, cos infinitamente superiore a questo ragazzo sia per la bellezza fisica, sia per la forza schietta e per la nobilt del sentire, che nemmeno un istante, nemmeno per scherzo avrebbe dovuto esser dimenticato per amor di costui.
Ezard mostr anche questa volta la fierezza e la bont del suo cuore incoraggiando Galeide colla sua prima lettera a restare finch ne avesse voglia e a godersi quello stupendo paese. Non che dissimulasse con generosit affettata il suo proprio stato assai meno invidiabile; anzi con eloquenza efficace descriveva la pena della sua inquieta nostalgia.
Io non tenni del resto a lungo il broncio a Galeide, perch ella era singolarmente attraente nello stato che la sua fantasia si era creato. Ora faceva pensare ad una farfalla che stando mezzo assopita al sole apre e chiude adagio le ali variegate, ora ad un pesce guizzante nell'acqua fresca, insomma, se ci ripenso, sempre a qualche cosa della natura animale o vegetale che incosciente e beata di s prodiga la sua vita lieve. La sua anima si chinava teneramente sopra ogni creatura animata o inanimata recando felicit e gioia: il riso giocondo fluttuava nell'aria come i tenui fili del ragno; petulanza e gioia trionfante scintillavano cos spavalde sulla sua fronte da sembrar quasi una provocazione, se non fosse stata una modestia gentile, che gi esternamente si manifestava nella chiara voce infantile e nelle linee del corpo flessuoso, a intenerire e conciliarle gli animi.
Non era punto un miracolo che Gaspard, il quale non doveva aver mai visto nulla di simile, fosse innamorato di mia sorella, e difatti lo era con tutta la barbara ostinazione e l'infantile bramosia della sua natura, molto pi di quanto egli trovasse opportuno lasciar capire. Apparentemente infatti conservava sempre una calma uniforme e tutt'al pi si tradiva con lo sguardo insistente dei suoi occhi espressivi e col parlare soltanto di cose che avevano riferimento a Galeide. Ma io osservavo di frequente quello che avveniva in lui se Galeide inaspettatamente gli rivolgeva la parola e gli faceva capire con franchezza infantile, si potrebbe dire crudele, com'era suo modo di fare, che egli le piaceva assai. Allora un improvviso smarrimento lo coglieva ed egli si sentiva sopraffatto e lasciava cadere l'oggetto che in quel momento teneva in mano e per qualche istante restava assolutamente incapace di profferir parola.
Talvolta Galeide suonava con un violino che Gaspard le aveva procurato: il suo l'aveva lasciato a casa. Per quanto suonasse con passione egli non le diceva mai una parola ammirata, sebbene ella suonasse, e dovetti notarlo con mio dispetto, quasi sempre soltanto per lui e fosse ansiosa di una sua breve parola di lode, lei che in qualunque momento avrebbe potuto raccogliere, se avesse voluto, l'amministrazione degli intenditori. Io sfogavo talvolta con Galeide la mia collera per questo contegno poco fine, anzi a me odiosissimo di Gaspard ed ella si divertiva ad ascoltarmi; non rideva mai tanto di gusto come quando per ritrarne la fisionomia morale facevo uso di qualche aggettivo un po' crudo e sapido.
"Hai proprio ragione," mi disse una volta; "anche a me sembrava in principio, ed in fondo ancora adesso mi sembra, l'individuo pi detestabile che ci si possa immaginare. Ma sono anch'io proprio cos; da principio tutti mi trovano detestabile e forse lo sono davvero. Improvvisamente per uno comincia a volermi bene, e precisamente molto pi di quanto se ne voglia alle altre persone, perch costa uno sforzo innamorarsi di una cosa detestabile e questo sforzo non bisogna averlo fatto invano. Io poi non ho nemmeno occhi cos neri, neri e lucidi. Ne hai mai visti altri cos? E hai mai visto un naso e una bocca che fossero insieme cos brutti e cos incomparabilmente attraenti?"
Cos in tutta seriet voleva persuadersi che quell'individuo le somigliasse (e avesse, se possibile, pregi anche maggiori dei suoi); questo perch essa in verit non era bella, ma su taluni esercitava - e questo non le poteva sfuggire - anche col suo fisico un'attrazione apparentemente innaturale. Se io poi dicevo:
"Galeide, ma tu sei innamorata di lui!" allora ella rideva come una giovane baccante ed esclamava:
"Non te l'ho detto? Certo che lo sono. Non sono forse innamorata n pi n meno di una diciottenne? Che sensazione deliziosa!"
Questo modo di vivere e di sentire fu tuttavia soltanto di pochi giorni, quantunque nel mio ricordo esso rimanga come una lunga estate piena di sole. Perch cos fatta  la gioia, che solo per la durata di brevi istanti indugia dagli uomini; ma come essa trasforma col suo dito magico ogni manciata di terra in porpora e oro, cos essa d a questi istanti il valore ed il contenuto di ore e di giorni, sicch ci si illude spesso di essere stati felici per molti anni e tristi un giorno solo, mentre in realt  stato proprio il contrario o peggio.
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34.
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Nulla, fuorch un leggero disagio interno che non potei nemmeno chiamare presentimento, mi offusc quelle giornate luminose. Ma d'un tratto tutto cambi, come anche nella natura talvolta, dopo giornate di cielo azzurro, una mattina, senza che sia stato osservato alcun segno premonitore, il paesaggio appare sino all'orizzonte di un grigiore scialbo. Galeide non rideva pi, i suoi occhi non splendevano pi di intima felicit, non ballava pi, quantunque non vi fosse alcuna causa visibile di questo mutamento. Non era nemmeno che si fosse esaurita per aver troppo goduto ed ora riposasse come in un letargo nell'uniformit della vita quotidiana. No, da qualche parte un'ombra o della brina doveva esser caduta sulla sua anima; ed era proprio cos, come presto venni a sapere.
Una sera ad ora tarda passeggiavo in giardino credendo che tutti in casa si fossero gi coricati; ma essendomi accorto che in camera di Galeide era accesa la luce andai a bussare alla sua porta per darle la buona notte prima di andare anch'io a dormire. La trovai che camminava agitatamente su e gi nella stanza piuttosto grande, come se un cattivo demone le fosse alle calcagna ed ella ne sentisse dietro di s la presenza appena volesse fermarsi. Non bad a me quando entrai, e l'impressione che io ricevetti fu resa pi strana dal fatto che ella scivolava via senza far rumore perch si era infilata delle scarpe da casa, forse per non disturbare o pi probabilmente perch stava per andare a letto; aveva infatti i capelli sciolti. Aspettai che mi spiegasse il suo contegno inconcepibile ed ella lo fece all'improvviso e non richiesta, fermandosi in fondo alla camera e fissandomi con uno sguardo atterrito.
"Sono contenta che tu sia venuto, Ludolf", disse, "perch non ne posso pi. Bisogna che ora dica tutto, altrimenti succede una disgrazia. Non ne posso pi".
Dopo questo preambolo ero preparato a qualche cosa di abbastanza grave e il mio cuore cominci a battere ansiosamente; fu strano che, sebbene da quanto segu io restassi estremamente sorpreso, in fondo sentivo di essermelo sempre aspettato.
"Ricordi," disse, "che volevo innamorarmi di Gaspard per ischerzo? Ora lo amo sul serio".
Ma subito dopo averlo detto, ritratt, esclamando:
"No, non lo amo affatto. Tu sai bene che amo Ezard e mai, mai potrei amare un altro. Ti giuro che amo Ezard, che non provo per lui un sentimento diverso da quello che ho sempre provato da quando lo amo.  un'altra cosa; Gaspard mi ha stregata. Non so come, n in che modo questo sia stato possibile, ma  cos: mi ha stregata e ammaliata, non pu essere diversamente. Non so pi come fare".
Ora mi era venuta vicino e si era seduta di fronte a me su uno sgabello, guardandomi con insistenza negli occhi; io non l'avevo mai vista prima in preda a uno sgomento cos commovente. Dentro di me non sentivo altro se non che una spaventosa folgore era caduta dalla mano del destino; perch quantunque non riuscissi a spiegarmi il fatto che Galeide amasse quel Kasper, vedevo tuttavia lucidamente davanti a me la devastazione che questo amore aveva gi provocato. Cercai ugualmente di farmi coraggio e nulla tradii del mio spavento, bens cominciai a canzonarla bonariamente, sembrandomi che di questo avesse pi di tutto bisogno. Ella acconsent subito a questo tono e sorrise umilmente e piena di speranza, come un malato che inghiotte una medicina amara dalla quale attende la guarigione; poi prese a parlare pi calma e fiduciosa, come se una pietra le fosse stata tolta dal cuore e un suggello dalle labbra:
"S," diceva, "tutto questo lo so. Che cos' vicino a Ezard? Non l'avrei mai notato se non mi avesse stregata con quello sguardo costante, misterioso dei suoi occhi. E non puoi dire che non siano belli, quegli occhi, come due stelle che splendono.  ostinato, estroso e prepotente come una donna; vedi, queste cose le so tutte; non sono accecata. Ma cos com',  unico ed incomparabile. E quel che pi importa,  che vi  qualche cosa in lui che mi ha stregata. Bisogna che continui a guardarlo quando  l, e che pensi a lui quando non c';  questo che lui cerca, ed io vorrei vendicarmi, ma non posso".
Continu a raccontare su questo tono, mortalmente pallida in viso, con gli occhi aperti, trasognati come una sonnambula ed io non potei nascondermi che era presa tutta dalla follia d'amore, quantunque ella stessa cercasse di negarlo. Comunque questo mi parve non altrimenti possibile che per un traviamento passeggero della sua fantasia e glielo dissi. Parve sentirsi assai confortata, mi diede ragione, disse di sapere con certezza che era proprio cos, anzi che talvolta le veniva da ridere pensando come l'avrebbe divertita ricordare pi tardi questo sciagurato incidente. In quel momento ci giunsero suonate su un flauto alcune note lunghe, il motivo di una canzone popolare, di una melodia inconfondibile che aveva qualche cosa di infinitamente triste e nostalgico. Non poteva essere che Gaspard, che suonava il flauto, pur senza essere un artista, con molta passione e molta grazia e si permetteva di farlo in tutte le ore del giorno; certamente era seduto col suo strumento davanti alla finestra aperta per sentirlo cos distintamente. Appena udimmo questi suoni, l'espressione fiduciosa svan dal viso di Galeide; stette con tutta l'anima tesa in ascolto e intanto si raggomitolava tutta come se avesse paura.
"Senti?" disse. "Sa che sono ancora sveglia e suona per me. Durante tutto il giorno non mi direbbe una parola affettuosa per tutto l'oro del mondo, e di notte prende il flauto e incanta il mio cuore, sicch non riesco nemmeno a difendermi. Non me l'ha mai detto, ma io so che ogni nota  per me e so che cosa significa. Perch fa questo? Perch non parla come tutti gli altri? Allora riderei di lui, ma da quel suo flauto mi sento stregata".
Io non riuscivo quasi pi a dominare la mia collera e dissi:
"Anche per me ogni nota significa qualche cosa, e precisamente che egli  un ragazzaccio villano e odiosissimo che ti userebbe molte pi attenzioni se a mezzanotte andasse a dormire invece di molestarti con le sue stonature".
Poich nel frattempo il flauto era ammutolito, Galeide torn a rasserenarsi, mi diede pienamente ragione e disse che in fondo la colpa era tutta del flauto. Ora stava molto meglio e sarebbe andata a dormire; mi consigli di fare altrettanto e mi preg che non le tenessi il broncio per avermi fatto perder tempo con quelle sciocchezze.
Per quanto tranquillizzanti fossero le ultime parole di Galeide, per quanto la cosa mi sembrasse incredibile, quasi ella persistesse in un'illusione pari a quella di Titania che invece di Oberon, il suo dolce sposo, abbracciava la grossa testa dell'asino, pure mi sentivo un peso sul cuore e quantunque solo indirettamente interessato a questa faccenda, avevo la sensazione che qualche cosa di bello e di caro mi fosse stato tolto. Quale doveva essere a maggior ragione lo stato d'animo di Galeide! Certo gi molte volte ella mi aveva fatto stupire mostrandosi raggiante di gioia quando ci si sarebbe aspettati di trovarla nera e triste come un cipresso funebre, e anche adesso la vedevo di tanto in tanto di una cos aurea letizia che non sapevo se rallegrarmene o irritarmi. Ma tosto mi resi conto che quell'allegria era soltanto artificiosa o forzata, tranne qualche volta quando s'illudeva, a seconda che il contegno di quel maledetto Gaspard le faceva pi o meno impressione, che la sua follia fosse passata. Ma immancabilmente seguivano le ricadute.
Per quanto stava in me cercai di disgustarla pi che potevo dall'oggetto del suo delirio. Con questo intento misi dapprima in una luce cruda la sua fede cattolica e glielo dipinsi nell'atto di fare la sua riverenza ora a questo ora a quel santo e mentre si faceva esaminare e ascoltava il predicozzo di un grasso padre confessore; indi le dimostrai come quelle sue pratiche sciocche dovessero riuscire a lei sempre pi ridicole e ripugnanti; come sarebbe stato intollerabile per una natura forte come la sua esser legata ad un cuore tenuto al guinzaglio da tanti dei e dogmi e papi e preti, sicch mai avrebbe potuto sperare di averlo tutto per s. In questo ella si diceva perfettamente del mio avviso, anzi la mia ultima osservazione parve farle piacere come quella che gi a lei stessa aveva dato molto da riflettere.
" verissimo", diceva, "egli ha in s tutto un mondo che non mi riguarda affatto e la gelosia finirebbe coll'uccidermi se fossi costretta a frequentarlo ancora per molto tempo. Sono stata una volta con lui in una chiesa cattolica; l'avevo pregato io che mi ci portasse, perch non devi pensare che egli abbia mai cercato di convertirmi alla sua fede. Passando davanti a una statua della Vergine egli ha piegato il ginocchio, mentre io sono rimasta dritta come un palo; non che rifiutassi di inchinarmi davanti alla Madonna, ch anzi l'avrei fatto volentieri, come ospite in una chiesa di altra fede; ma in quel momento proprio non me la sono sentita; perch non pensasse che lo facessi per fargli piacere. Io per fui presa da una gelosia furente di quella statua di legno ed avrei voluto strapparla gi e sbatterla in pezzi sul pavimento di pietra. Ma come ci si senta folli e maledetti quando si odia una cosa divina per l'adorazione di un suo credente, tu non lo puoi capire. Del resto per quanto nel mio cuore io maledica Gaspard che mi  causa di queste torture, devo pur dire che mai egli mi  apparso tanto desiderabile come in quell'atteggiamento di piet, umile insieme e ostinato; perch egli non era sicuro che io di nascosto non ridessi di lui e tuttavia scommetto che avrebbe recitato settantasette rosari sotto i miei occhi se in quell'occasione fosse stato prescritto".
Quando vidi che la gelosia dell'ultraterreno la tormentava, ma non al punto di atterrirla, mi feci avanti con un argomento pi scabroso e le tenni press'a poco questo discorso:
"Capisco che l'austerit dei costumi in Gaspard e la sua disciplina morale piacciano proprio a te, e ti concedo persino che la cordiale innocenza che rischiara il suo volto quando ride e quel non so che di infantile nei piccoli denti larghi siano deliziosi, tanto pi con quegli occhi che rimangono sempre scuri e ardenti. Ma pensa che si tratta di un fascino passeggero, legato alla sua giovinezza. Non voglio stare a dipingerti cosa pu avvenire dei graziosi leoncelli quando hanno leccato del sangue. E poi credo che avr fortuna con le donne. Tanto pi in fretta e radicalmente si compir il processo".
Mi pentii per d'averlo detto perch un'angoscia davvero compassionevole si dipinse ora sul viso di Galeide.
"Tutto questo sar vero," disse, "ma io non posso sentirlo. Se amasse un'altra donna mi farebbe morire. Non glielo permetto, non deve, altrimenti non so cosa gli farei. Non pensare di guarirmi dicendomi queste cose. Solo adesso vedo a che punto sono arrivata".
A dire il vero me lo sarei potuto dire sin da prima. A cosa servivano mai tutti i miei sforzi per combattere le fantasie amorose che l'inesauribile genio tormentatore di Gaspard inventava per tribolare la sua anima malata? Presto essi non bastarono neppure a calmarla od a rianimarla per brevi istanti.
Un giorno la trovai in uno stato che la faceva assomigliare davvero a una bella demente, lo sguardo esaltato e errante, scomposti i capelli intorno alla fronte pallida, sicch il mio cuore si apr tutto alla compassione. Mi sedetti vicino a lei e le chiesi se stava proprio tanto male. Ed ella senza alcun preambolo:
"S," cominci, "per quanto siano stati terribili i tempi passati, e tu sai che tormenti indicibili io abbia sofferto, pure non era nulla, proprio nulla al confronto. Solo ora  venuta la vera rovina, da cui non c' salvezza. Che mi sia venuta da questo sciagurato ragazzo, da questo Gaspard,  indifferente. Il mio amore  finito, quell'amore, che credevo eterno e l'unico della mia vita. Caduto come il sole dal cielo. Se non l'avessi creduto sacro ed eterno avrei forse fatto tutto quello che ho fatto?"
Fiss lo sguardo angosciato davanti a s nel vuoto come se l fosse il passato e da esso una mano invisibile sollevasse il fitto velo che sino allora l'aveva coperto ed ella per la prima volta vedesse, familiare eppure paurosamente ignota, una testa di Medusa davanti alla quale l'anima inorridita impietrisce. Quando pronunciai il suo nome per richiamarla da quel mondo di spavento, volse verso di me gli occhi pieni di tormento e prosegu:
"Allora tutto era cos naturale, non potevo agire diversamente, credimi. E non mi veniva mai un dubbio; ero infelice, ma ero tranquilla; dormivo come una bambina che non sa cosa siano il bene ed il male. Ad un tratto non mi capisco pi. Se guardo in me stessa e penso com'ero prima e cosa ho fatto a voi e a Lucile, mi sembra di essere una creatura diabolica, fredda, empia e che meriti di essere maledetta".
"Galeide," dissi io, "rientra in te. S, voi avete commesso una colpa grave, tu ed Ezard. Ma posso confermarti che non avete agito per bassezza d'animo. Per quanto colpevoli foste, e questo lo sai quanto me, ed io non posso e non voglio cercare di convincerti che sia diverso, avete fatto quello che non potevate non fare; la passione era in voi e vi ha costretti",
"S," disse con un tono di scherno che in lei era nuovo, "ma cos'erano dunque questa passione e questo destino? Ora si dimostra che era soltanto il caso. E se Gaspard fosse venuto gi allora? Che scopo aveva dunque questo potente manifestarsi del destino in noi? Tutto, tutto, tutto  stato inutile. Inutile tutto il dolore che abbiamo causato. Abbiamo abbattuto quello che stava fra noi; ora esso giace in polvere affinch noi possiamo darci la mano, ed Ezard me la tende, ed io? Io non gliela do. Non gliela posso dare".
Vedevo bene che era una sofferenza intollerabile e non seppi far di meglio che ammetterlo.
"S", dissi, " terribile. No, sarebbe terribile se fosse cos; ma cos non deve e non pu essere".
Ma questa volta Galeide non si lasci rianimare.
"Se anche ritrovassi me stessa," disse con voce stanca, "e tutto finisse, non pu pi tornare com'era una volta. Non provo pi alcun piacere n da me n dalla vita. Non ho pi voglia di ascoltare il mio cuore perch non mi fido pi".
Cercai di consolarla esponendo una mia teoria dell'amore, secondo la quale un amore non  sostanzialmente diverso da un altro, essendo che ognuno  sincero e si crede eterno; la sua durata, invece, o cosiddetta eternit, dipende solo dal caso. Amore, infatti, non sarebbe che il desiderio di congiungersi con un altro essere e questo desiderio, com' logico, scompare non appena  soddisfatto. Se poi esso possa continuamente risorgere col medesimo oggetto, dipende da altri fattori diversi. Ma queste erano, come ben si pu comprendere, parole vuote di senso per Galeide (e per me non meno), seppure esprimevano un concetto sottile ed esatto; l'uomo infatti ripone la sua beatitudine nella sua passione ed in questa vuol vedere qualche cosa di nuovo e di diverso da tutto quanto esiste, appunto perch l vi  lui stesso e questo se stesso l'io, voglia o no, non pu fare a meno di credere unico ed eterno. In questo caso, poi, le circostanze erano tali per cui Galeide perdendo il suo amore finiva col perdere insieme se stessa, perch su di esso ella aveva edificato la sua vita esteriore ed intima ed era fatale che questa crollasse ove la roccia su cui era costruita si rivelasse una Fata Morgana.
Anche su di me nel far queste considerazioni era discesa quella malinconia che sempre ci prende quando vediamo finire una cosa bella e che pu intensificarsi fino alla disperazione se questa cosa l'abbiamo anche creduta durevole. Certo, tutto ci che  bello vorremmo crederlo eterno perch esso  in s perfetto, avulso ed indipendente dall'esterno e perci indistruttibile. Ma noi uomini ben sappiamo dei fenomeni di questa terra, ch'essi sono passeggeri: se da adulti e senza esservi preparati dovessimo far l'esperienza che l'estate a un certo punto muore e le succede l'autunno, ne avremmo una sofferenza insopportabile. Cos'altro se non questa coscienza della fugacit delle cose ci strappa un'onda di lagrime quando vediamo di primavera una campagna in fiore o una creatura umana col roseo emblema della giovinezza sulla fronte? Noi confrontiamo il sogno di eternit sognato da questa creatura con la fugacit di cui ci avverte un sempre ripetuto morire. Sempre pi ci rifugiamo in quelle manifestazioni in cui gli uomini dalla vita breve di rado o mai esperimentano la fine e di cui possono ancora credere ch'essi siano eterni.
Questo ora era finito per Galeide. Cosa importava che nel cuore di Ezard la fiamma ardesse ancora ferma e splendida come il primo giorno? Tuttavia nel suo smarrimento ella pens a lui come ad un rifugio pi che terreno. E mentre ero ancora incerto se proporle di partire subito, ella mi venne incontro con la preghiera:
"Andiamo da Ezard! Ezard pu aiutarmi. Se fosse stato qui tutto questo forse non sarebbe successo. E se non mi potr aiutare, voglio morire almeno vicino a lui!"
Presi questa fiducia come un buon segno e dissi con un sorriso:
"Galeide, che tu voglia vedere Ezard mi sembra un segno che le cose non sono cos disperate; perch si dice che si comincia a odiare l'oggetto di una passione finita quando ci si volge ad uno nuovo".
A questo ella replic guardandomi con un lampo nello sguardo:
"No, non  cos. La realt non corrisponde sempre alle teorie ed ai sistemi. Nulla pu separarci. Ricordi la storia di Tristano? Egli si prese un'altra donna e visse con lei felice. Ma d'un tratto tutto questo fu come se non fosse stato mai ed egli si consum per Isotta. Mi sembra che potrei giacere morta cento anni, ma che riconoscerei ugualmente il suo passo se egli camminasse sulla mia tomba".
Convenimmo dunque che la miglior cosa fosse sbrigare per lettera la faccenda di Ginevra e tornar subito a casa; di conseguenza fissammo la partenza per il giorno dopo.
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35.
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Poich comunicammo ai nostri ospiti la nostra decisione di partire senza addurre un motivo plausibile, Gaspard dovette crederla la conseguenza di un capriccio di Galeide, quasi ella volesse fargli capire in tal modo che non l'amava o che non voleva aver nulla a che fare con lui. La sua personalit brillante e significativa, la sua fama d'artista e, in lui, l'amore dovevano fargliela apparire ad un'altezza inaccessibile, cosicch non ci voleva molto a supporre in lei dell'orgoglio verso un giovane agricoltore svizzero. Egli per si era prefisso di piegare quell'orgoglio, e il fatto che egli mirava a ci che  raro e fuor del comune e che possedeva una forza di volont indomabile era forse quello che a Galeide era maggiormente piaciuto in lui. Tuttavia egli non pot nascondersi, ad onta della sua presunzione, di aver subto una sconfitta assai dura e questo si manifest l'ultima sera in tutto il suo contegno, in un modo, se vogliamo, attraente, ma tuttavia poco virile e dignitoso. Sedeva infatti al suo posto pallido e aggrondato; non mangiava, ma inghiottiva solo qualche boccone; non parlava se non quando gli veniva rivolta la parola (e questo Galeide non lo poteva evitare), insomma teneva il broncio come una donna un po' civetta che infligge all'innamorato infelice una lenta tortura con un sistema appositamente escogitato. Si poteva scusarlo perch soffriva cos visibilmente che quando parlava con Galeide le sue labbra tremavano per il pianto trattenuto; i suoi occhi somigliavano a due begli astri tristi che stanno nostalgici e soli nell'infinito spazio siderale. Io vedevo bene che Galeide soffriva e godeva di quello sguardo ed insistetti perch si accomiatasse da lui, lieto che non dovessimo pi rivederlo il giorno dopo: egli ci aveva fatto sapere infatti nel suo animo ferito che al momento della nostra partenza sarebbe stato occupato altrove. Si parl della possibilit di un nuovo incontro, al quale tuttavia io non pensavo affatto sul serio, di una visita dei Leroy, e a questo proposito spiegammo esattamente dove si trovava la nostra casa. Ma a questo punto Gaspard si volse improvvisamente a Galeide e le disse in tono marcato:
"Non c' bisogno che me lo dica; sapr ben trovarla dovunque lei sia".
Cercai di fugare l'impressione lasciata da queste parole dando loro un'interpretazione scherzosa, ma io stesso ero trasalito, soprattutto accorgendomi che Galeide fissava quello sciagurato con aria tra ostile e spaurita, quasi l'esito di tutta la cosa dipendesse da lui ed ella dovesse attendere come una pecora legata al pascolo se il fulmine l'avrebbe colpita o no.
Verso le prime ore del mattino mi dest il flauto di Gaspard ed io riconobbi subito la melodia triste che gli avevo gi sentito suonare una volta. Questo era dunque il suo addio che egli non aveva saputo dare semplicemente con le labbra e ad un'ora conveniente, come un altro avrebbe fatto.
Era, non voglio negarlo, una musica soave, come se cantasse la notte medesima prima di dipartirsi dal bel giovinetto sole, cui avrebbe preferito muovere incontro per stringersi al suo caldo cuore. Di punto in bianco la musica tacque e subito dopo udii Gaspard uscir di casa, probabilmente per recarsi nei campi come aveva detto. Non riuscii pi a prender sonno; mi voltavo ora su un fianco, ora sull'altro con la testa piena di brutti pensieri e iniziai il viaggio d'umore fosco, pi disposto a perdermi d'animo ora che mi lasciavo alle spalle monti, lago e tutto ci che amavo. Vidi subito che Galeide aveva pianto; tutta colpa s'intende di quel malaugurato lamento del flauto, del quale per altro non facemmo parola.
Vedendola seduta nello scompartimento di fronte a me cos silenziosa e triste, non potei trattenermi dal chiederle se per caso stesse pensando a Kasper invece di incominciare subito a dimenticarlo come avrebbe dovuto. Mi sorrise.
" tanto difficile, tanto difficile", disse, e intanto premeva convulsamente l'una contro l'altra le mani come se mettesse tutte le sue forze fisiche, tutta l'anima in questa buona opera. Ogni tanto si scusava di farmi compagnia cos male e assicurava che avrebbe rimediato appena fosse guarita del tutto; appena avesse rivisto Ezard.
"Sai", mi disse, mentre dal finestrino gli occhi sembravano scrutar qualche cosa in lontananza, "non ricordo pi che viso abbia. Ma penso che appena lo vedr sar come se venisse una folgore o un uragano a distruggere il brutto disordine della mia fantasia perch tutto ritorni come prima".
Quanto pi ci avvicinavamo alla meta, tanto pi cresceva la sua eccitazione; sembrava che paventasse l'istante che doveva portarle la salvezza o una condanna eterna. Ma quando da un avvenimento ci attendiamo un effetto determinato e per noi di grande importanza, accade di solito che esso passi inosservato senza farci alcuna impressione e questo pu dipendere in parte dal fatto che lo spirito, sovreccitato dall'ansiosa speranza, si allenta e ricade fiacco non appena l'istante invocato  giunto e ci tocca. Cos fu, credo, per Galeide quando il treno entr in stazione e noi smontammo e scorgemmo Ezard che ci aspettava. Questi, fiducioso e sicuro della propria felicit appariva lieto, raggiante, ma semplice nell'aspetto e per nulla preparato ad esercitare quel potere fatale che mia sorella si attendeva da lui. Io lessi nel suo viso che ella non sentiva niente e che la sua insensibilit l'atterriva. Ma Ezard era cos lontano da ogni sospetto che da principio non immagin nel suo contegno strano alcunch di spiacevole per lui, mentre ella nulla pi ardentemente desiderava che di raccontargli dolorosamente tutto. Per quanto gli avesse gi scritto qualche cosa, l per l egli non pot convincersi che fosse detto sul serio, non essendogli mai passato per la mente che alcunch di simile potesse succedere. Ora fu addirittura come se fosse stato percosso sulla fronte e insieme proseguimmo la strada in silenzio poi che la parola di sventura fu detta.
Per andare incontro ad un desiderio ardentissimo di Galeide e del bisnonno, Ezard aveva ricomprato la vecchia casa che intendeva abitare in seguito con lei. Il bisnonno si era gi stabilito nel suo appartamento di una volta ed anche alle stanze occupate prima da noi si era cercato di restituire per quanto fosse possibile il loro antico aspetto. Spesso con la fantasia mi ero figurato il nostro ingresso e mi ero visto, inginocchiato sulla soglia, baciarla piangendo. Ora passammo in silenzio e a testa bassa sotto il noto portone, pi miserabili quasi di quando ne eravamo usciti. Ci recammo nella stanza dove il pianoforte stava nel mezzo come una volta e nulla sembrava mutato, sicch tanto pi dolorosamente ciascuno dovette avvertire in s la propria fragilit e mancanza di fede. Ci sedemmo a caso, senza dir nulla. Per un certo tempo Ezard guard fisso davanti a s, poi esclam pi volte: "Ma non  possibile, no, non  possibile," e alzava gli occhi verso Galeide, quasi attendesse da lei la conferma che davvero non era possibile. Ma, poich ella non faceva che guardarlo con occhi pieni di angoscia e di tormento, sembr che ad un tratto gli apparisse la visione cruda delle sciagure gi avvenute e di quelle ancora possibili, poich si alz di scatto e, cedendo ad uno slancio appassionato, and a gettarsi ai piedi di Galeide. Quello che disse l'ho dimenticato o forse non l'ho mai udito, perch il cuore mi batteva forte; avrei ben dovuto odiare Galeide, se non mi avesse fatto troppa compassione. Era seduta l, come uno spirito riprovato, condannato a errare e a non aver riposo n in cielo n in terra, siede sulla propria tomba. Di tanto in tanto diceva qualche parola con voce supplichevole:
"Abbi un po' di pazienza! Passer. Sono soltanto malata. Non essere in collera".
Egli ora si aggrappava a quelle parole per consolarsi, ora, preso da un pudore convulso, si allontanava da lei, repugnandogli di dover mendicare piangendo quello che prima era stato suo e di cui era andato orgoglioso come un monarca d'oriente dei suoi tesori. Ad ogni istante sembrava pi lucidamente riconoscere l'abisso della sua miseria; mentre dapprima non aveva pensato che all'amore che gli sfuggiva, ora, raccapezzandosi sempre meglio, gli venivano in mente altre cose legate ai segreti pi terribili della sua vita.
"Tu non puoi lasciarmi", diceva a Galeide con dolcezza e con calma, "tu non puoi. Un altro potrebbe dimenticare e consolarsi, ma io non ho che te. Tutto quello che avevo l'ho respinto per amor tuo, persino la voce buona della mia coscienza. Non posso dormire se tu non mi sei vicina, o se non posso pensarti vicina a me. Tu sai quello che soffro quando gli spettri si affollano nella mia stanza attorno al mio letto, finch io li esorcizzo col tuo nome. Se non l'avr pi sar perduto. Allora per salvarmi da loro non rester che morire, e tu non potresti vivere, se io fossi morto, abbandonato, senza di te, non  vero? Una volta per te ero tutto, come tu ancora adesso, sei tutto per me".
A queste parole Galeide lo guardava con dolcezza, come se si sentisse salva e gli metteva le braccia intorno al collo.
"No, non possiamo essere divisi," diceva, "questo lo so bene. Vedi non c' momento in cui non lo sappia; aspetta solo un poco, finch non abbia pi bisogno il saperlo, ma lo senta soltanto".
Cos si separarono quella sera. Ezard si era un po' calmato per le ultime parole di Galeide ed anche Galeide sembrava pi contenta; o forse era soltanto una grande stanchezza che la rendeva indifferente a tutto.
Il bisnonno, Galeide ed io tornammo a vivere insieme, noi tre soli nella nostra casa, ciascuno a suo modo ed in buona armonia, quantunque io mi sentissi piuttosto in collera col bisnonno. Ci era dovuto al fatto che egli andava manifestando verso Ezard dei sentimenti ed un contegno che non soltanto consideravo sbagliati, ma addirittura ingrati e indegni. Egli era infatti del parere che un amore nato colpevole non potesse pretendere alla consacrazione delle nozze e che pertanto Ezard e Galeide dovevano rinunciare all'idea di sposarsi. Questo motivo etico-religioso veniva per, se ben conoscevo il bisnonno, in seconda linea, esso aiutava, diciamo cos, a spingere il carro, ma i cavalli che lo tiravano erano di tutt'altra natura. Da quando Galeide aveva soddisfatto la sua vanit con la considerazione che si era acquisita presso la gente, l'accecamento cui egli era sempre soggiaciuto riguardo a lei aveva assunto una forma preoccupante e arrivava a sfiorare l'assurdo.
Quale sorte egli desiderasse per lei, non saprei dire; ad ogni modo la considerava troppo preziosa perch Ezard potesse osare stendere la mano verso di lei. Contrariamente alle sue convinzioni di una volta, non insisteva pi tanto perch si sposasse, poich in questo caso non avrebbe pi potuto sentir raccontare come a lui tanto piaceva delle conquiste che ella andava facendo qua e l tra gli uomini, quasi il cervello sconvolto o il cuore ferito di un povero diavolo fossero per una donna i pi ambiti trofei da conquistare in terra. Ezard sapeva benissimo tutto questo, ma ci scherzava sopra e continuava a usare al bisnonno ogni cortesia che questi accettava con l'aria pi innocente del mondo. Gli sforzi che Galeide faceva per calmare la mia collera per questo contegno riprovevole del bisnonno erano presi da me in assai mala parte. Soprattutto poi mi irritava che ella trascorresse ogni giorno lunghe ore in sua compagnia e sembrasse allora sentirsi meglio e pi sollevata del solito; nutrivo infatti il sospetto che essi non parlassero precisamente di Ezard, e in genere trovavo che Galeide avrebbe dovuto cercar di guarire facendo uno sforzo serio di volont e occupandosi di qualche cosa, non cercando di stordirsi e di distrarsi. Questo era, a dire il vero, un rimedio che io non avevo mai suggerito e tanto meno applicato a me stesso, ma era sempre stata la cura preferita di Galeide, e siccome per la comodit del proprio giudizio si pretende sempre dagli altri una stretta coerenza e ci si sente offesi se in circostanze simili essi non fanno la seconda volta quello che hanno fatto la prima, non fui poco irritato da questa mancanza di autodisciplina in Galeide. Ma andai addirittura su tutte le furie quando un giorno il bisnonno si lasci sfuggire che nelle lunghe ore in cui stavano insieme Galeide usava parlargli di Gaspard; il bisnonno ne traeva gongolando le deduzioni che gli facevano comodo e vi attingeva la speranza che il compiacimento di lei verso quel santissimo ragazzo potesse almeno allontanarla da Ezard che era, secondo lui, la cosa pi urgente. Adiratissimo chiesi al bisnonno se trovasse pi morale da parte di Galeide offrire capricciosamente il suo cuore ora a questo ora a quello e in cose serie e gravi comportarsi come in una farsa, o sposare in obbedienza ad un principio elementare colui al quale da anni era legata e che aveva messo in giuoco la sua vita per lei; e che religione fosse mai quella che gli permetteva di confondere in tal modo la ragione e il torto e di coprire un peccato con un altro peccato. Il bisnonno replic con una quantit di argomenti che non c'entravano per nulla, ma dai quali si poteva dedurre che egli voleva veder Galeide felice proprio nel modo che egli vagheggiava e che a questo disegno tutto andava sacrificato, dopo di che si sarebbe trovato il modo di metter d'accordo religione, morale e il resto.
Vedendo che non c'era niente da fare, mi rivolsi a Galeide che almeno mi diede la soddisfazione di non negare ch'io avessi ragione.
"Quello che dovrei fare", disse tristemente, "sarebbe lavorare, suonare il violino, andare avanti, tendere alle mete pi alte. Dovrei per stringermi a Ezard e destare il nostro amore come Rosaspina; aprirmi un varco attraverso la fitta boscaglia di rovi. Ma non sono pi Galeide, non ho pi n coraggio n energia.  proprio come se la mia stella fosse scomparsa dal cielo, oppure come se qualcuno avesse trafitto con uno spillo la mia immagine, come si fa quando si vuol stregare e far morire lentamente qualcuno. Se racconto al bisnonno di Gaspard, lo faccio perch spero che in questo modo egli diventi ai miei occhi come tutti gli altri e perda quel fascino innaturale che esercita su di me, proprio per essermi rimasto cos inconoscibile e misterioso".
Questo ragionamento mi parve un sofisma bello e buono e dissi:
"Bene, ma allora sarebbe meglio che tu parlassi di lui con me, perch conoscendolo bene potrei meglio aiutarti nei tuoi sforzi e fartelo vedere tale quale egli corrisponde alla meschina realt".
A questo punto Galeide scoppi a ridere cos di cuore, come da molto tempo non l'avevo sentita ed io, fattomi di buon umore, dissi:
"Che amore gentile, questo, che ti rende esultante se ne senti vituperare il prezioso oggetto!"
"Dico forse che sia amore?" rispose. "Non ti ho sempre detto che si tratta di un'immaginazione o di una malattia? Io stessa mi vergogno di non raccontare tutto a Ezard, ed avrei voluto anche farlo, ma egli mi ha pregato di aspettare ancora un poco, finch possa sopportarlo meglio".
Per Ezard era davvero una situazione inaudita patire una gelosia umiliante ed esser costretto ad incrociare le braccia, lui che sembrava creato per lottare, vincere e godere. Ma egli sopport anche questa tortura, rimastagli fino allora sconosciuta, con una dignit cos semplice che ogni aspetto avvilente le fu tolto e a nessuno sarebbe venuto in mente di aver pi compassione che ammirazione di lui. Verso Galeide era pieno di bont e di delicatezza. Quando col suo bel sorriso le diceva piano:
"Piccola sciagurata, che cosa hai fatto!" c'era in queste poche parole tanto dolore ed amore modestamente taciuto che uno scoppio di disperazione non avrebbe potuto commuovermi di pi. Talvolta accadeva ch'egli l'attirasse a s con violenza come se volesse a furia di baci e di lagrime infondere il proprio ardore vitale a una morta. Ma poi se ne vergognava, si rimproverava e si costringeva ad attendere con pazienza.
Io ero sempre da lui, appena mi era possibile, ed ero contento che la mia compagnia gli facesse piacere. Cominci ad aprirsi con me con maggior confidenza di una volta e mi raccont molte cose che ho trascritto su queste pagine. Per quanto poco dicesse di s, la sua attivit si sentiva dappertutto ed io stupivo dell'energia instancabile con la quale egli era riuscito a farsi avanti in tanti anni difficili senz'aver riguardi per se stesso e spesso, a dire il vero, neppure per gli altri. E adesso che aveva toccato la vetta ove credeva di trovare la felicit e il Paradiso Terrestre, si vedeva in una solitudine paurosa e forse udiva la voce dell'Antico Testamento gridargli:
"Stolto, questa notte ti sar chiesta la tua anima".
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36.
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Tuttavia poco per volta buoni rapporti di confidenza reciproca tornarono a stabilirsi fra Ezard e Galeide, rapporti ai quali, a differenza di una volta, mancava soltanto l'impetuosa passione; Ezard infatti la reprimeva, pi per delicatezza che per orgoglio e Galeide non la provava pi, o, come talvolta mi sembrava, non osava pi abbandonarvisi quando ne era presa. Ma l'affetto immutabile, convinto, e la venerazione sconfinata che essi reciprocamente si portavano, se non avevano la potenza trascinatrice di quella, infondevano per un senso di benessere e lasciavano soprattutto sperare che questa volta si trattasse di un sentimento durevole, indistruttibile. Fu Galeide ad avanzare la proposta che le nozze fossero celebrate prima del giorno fissato in origine. Alla benedizione nuziale, date le circostanze, bisognava rinunciare e il bisnonno non doveva venirlo a sapere che a fatto compiuto.
Questa prospettiva parve ringiovanire e rinfrancare Ezard. Non gli era punto sfuggito che Galeide era indotta a far quella proposta non tanto perch si struggesse di unirsi con lui, quanto perch voleva prevenire il suo desiderio e soprattutto nella speranza che i loro rapporti sarebbero pi facilmente tornati quelli di un tempo, quando fossero marito e moglie. Questa era pure la sua speranza; egli era fermamente convinto che il suo amore avrebbe potuto distruggere tutto quello che in Galeide era strano e morboso, appena egli l'avesse per s. Non represse pi i propri sentimenti, la passione spenta divamp di nuovo come un fuoco allegro e lo illumin tutto, sicch egli torn ad essere per l'ardente bellezza quegli che allora peccando, ma colmo di delizia, strappava dal ciglio dell'abisso i fiori della propria felicit. Lo sent anche Galeide, che pur avendo capito ed ammirato la delicata generosit con la quale egli aveva rinunciato al proprio sentimento reprimendolo, aveva forse avuto bisogno di essere travolta come da una bufera in un impeto cieco di passione senza sentirsi chiedere se ci le piacesse o meno. Con la speranza Ezard ritrov anche il piacere di vivere e l'energia di volere. Cominci persino a parlare qualche volta di Gaspard. Disse che lo avrebbe riveduto volentieri, che non si era mai sentito in collera con lui, essendo naturale che chiunque vedesse Galeide finisse con l'amarla; aggiungeva che Gaspard da ragazzo gli era piaciuto e non escludeva che meritasse addirittura pi di lui, Ezard, di possedere Galeide, se non fosse la prepotenza del proprio amore a conferirgli su di lei un diritto pi forte. Disse che aveva riflettuto sul serio se dovesse rinunziare a Galeide affinch ella potesse seguire la sua fantasia, il suo capriccio, il suo amore o cos'altro fosse; ella avrebbe forse potuto essere felice ugualmente, tanto sana, robusta e schietta era la sua natura. (La salute, pensai io,  del diavolo). Ma per quanto avesse lottato con se stesso, non era riuscito ad imporselo; era ancora troppo giovane per vivere e vederla quando non fosse sua, e il pensiero che un altro fosse per lei quello che egli le era stato un tempo gli avrebbe reso impossibile non solo il vivere, ma anche il morire; a meno di potersela portare con s sotto terra, come, in questo caso, non avrebbe mancato di fare.
Galeide lo guardava con un'espressione ingenua e felice e disse:
"S, s, dovresti farlo. Se amassi un altro dovresti uccidermi, perch io non diventi un mostro ai miei stessi occhi e nulla sia fatto di male al nostro amore. Sarebbe troppo terribile se dovessi amare un altro".
Rabbrivid dicendo questo, ma Ezard nella sua magnifica sicurezza non vi fece caso e, attirandola a s disse lietamente:
"S, allora ti uccido e tu uccidi me. Per fino a questo punto non ti lascer arrivare. Ti far vedere io chi devi amare: me, me, me sino alla fine dei tuoi giorni".
"S, te, te, te sino alla fine dei miei giorni." ripet Galeide raggiante, ed in quel momento mi apparvero di nuovo come due che non il caso ma la mano discernitrice della saggia natura ha posto, inseparabili, uno vicino all'altro.
In quei giorni Galeide suon in un concerto di beneficenza per il quale, ora che aveva ripreso a lavorare, si era preparata coscienziosamente; il pieno successo che consegu fu ben meritato. Il concerto ebbe luogo in chiesa, circostanza che vietava ogni manifestazione teatrale, come sarebbe addobbare la sala ed applaudire. Tuttavia, per quanto mia sorella prendesse un piacere infantile alle aperte dimostrazioni di lode, nei momenti in cui la sua anima si concentrava tutta nell'esecuzione poteva benissimo farne a meno. Ella non sapeva neppure come gli ascoltatori fossero assorti a sentirla suonare, come tutti gli sguardi seguissero compiacenti le linee aggraziate della sua amabile figura. Ezard, il bisnonno ed io eravamo in chiesa; notai il rispetto marcato con cui la gente ci salutava e ci faceva posto e mi colm di soddisfazione pensare che eravamo riusciti a risalire dove eravamo stati una volta. Se questo era merito soprattutto di Ezard, vi aveva la sua parte anche Galeide che allora aveva attirato su di s il biasimo e la maldicenza di quelle stesse persone di cui ora toccava i cuori con la sua arte soave.
Di l a poco tempo Galeide ricevette un invito lusinghiero a suonare nella capitale del Reich, invito che lasciava sperare potesse un giorno farsi strada e conseguire nuovi successi, poich a sua volta il riconoscimento del pubblico la spronava a rendersene sempre pi degna. Ezard insisteva perch prendesse seriamente in considerazione la carriera artistica, non volendo assolutamente che il matrimonio divenisse un legame per il suo talento che nessuno pi di lui ammirava. Egli poteva osare questo perch Galeide non aveva alcuna particolare inclinazione ad una movimentata vita di societ ed era sempre contenta quando poteva tornare a rincantucciarsi presso il focolare domestico. Cos egli si rallegrava della sua ardente ambizione come di un segno che letizia d'animo ed energia erano tornate, cosa, del resto, vera. Il bisnonno si abbandonava ai sogni pi esaltati ed era tutto occupato a dipingersi l'avvenire di Galeide in un modo che, data l'et cos avanzata, si poteva inclinare a considerar puerile. Pure egli sapeva mostrarsi ancora spesso di quella incantevole affabilit piena di spirito per mezzo della quale conquistava tutti; era intellettualmente attivo come una volta e leggeva con zelo non affievolito quanto si andava pubblicando nel campo delle lettere. Ma talvolta mi sembrava tanto, tanto vecchio. Spesso non riusciva a ricordare i fatti del giorno avanti, mentre il passato remoto gli era continuamente presente. Gli succedeva sempre pi spesso di scambiarci con la generazione precedente, di credere che io fossi mio padre e Galeide nostra madre o di parlare dei morti come se fossero vivi. Quello che era cieco e irragionevole nel suo amore per Galeide (ed anche per me) mi stimolava spesso a contraddirlo; ma dopo mi rimproveravo ogni volta la mia intolleranza, poich la tenacia infantile con la quale alla sua et ancora si abbarbicava alla terra e a tutte le debolezze e i pregiudizi del mondo invitava ad ammirare quella energia inesauribile, persino quando diventava per noi un motivo d'incomodo. E per cos'altro l'aveva usata se non per la felicit di quei nipoti che il suo cuore capriccioso si era scelto, cio per la mia e soprattutto per quella di Galeide? Non c'era da meravigliarsi se adesso era tutto trionfante. Poich tutti credevamo, ciascuno a suo modo, di averla raggiunta, la felicit.
Ricordo ancora perfettamente il giorno che stavo sotto il sambuco fiorito presso il cancello del giardino guardando fuori distratto, e pass di l il messo e mi consegn alcune lettere. Fra queste una era per Galeide. Non conoscevo la scrittura ed osservai i caratteri regolari, un po' infantili senza trovarvi alcunch di strano. Ma quando gli occhi mi caddero sul timbro postale che recava il nome del luogo dove abitava la mamma di Lucile, ebbi subito la certezza che la lettera fosse di Gaspard ed un senso di disagio mi colse. Misi le lettere in tasca e cominciai a camminare su e gi per il giardino, riflettendo se non fosse agir bene trattenere lo scarabocchio di Gaspard o gettarlo addirittura nel fuoco. Ma la mia natura era tale che mi peritavo di pi a commettere una piccola scorrettezza volgare, come sarebbe leggere una sola pagina di una lettera non scritta a me o intercettarne una, che non a compiere un'azione malvagia. Mi dicevo inoltre che non c'era da fare gran conto della pace e della felicit di Galeide se esse potevano venir annullate da due righe di penna di quel maledetto ragazzo e che in questo senso era addirittura meglio che venisse subito in chiaro di qual natura quella pace e quella felicit fossero. Chiamai dunque dal giardino Galeide alla finestra e la invitai a scendere per godere la bella serata. Quando la vidi scendere la scalinata di pietra, placida e sorridente nella sua grazia un po' distratta, mi pentii nuovamente di averle voluto dare la lettera ed io stesso mi giudicai un vero malfattore e un guastafeste. Ma siccome l per l non potevo prendere una decisione diversa cercai per lo meno il miglior modo di esordire e dissi scherzando e con umorismo bonario che purtroppo quel maledetto Kasper tornava in scena, che la sua scrittura era goffa come lui ed il tenore della lettera presumibilmente lo sarebbe stato pure; la leggesse subito in mia presenza perch io potessi dimostraglielo, qualora ella non se ne accorgesse subito. Galeide dapprima si era fatta rossa rossa, poi molto pallida e il riso che abbozz non era precisamente spontaneo. Credo che avrebbe preferito legger la lettera da sola; tuttavia l'apr, la scorse con un'occhiata e disse con forzata disinvoltura:
"Scrive che presto verr a trovarci. Ci mancava anche questo! Ebbene, arriver giusto in tempo per assistere alle nostre nozze".
Io pure mi sforzai di fare come se non fosse una cosa seria e dissi:
"Nemmen per sogno! A casa mia parlo chiaro. Gli scriveremo di non venire. Non lo posso vedere e non posso sentire il suo flauto. Senza dire che ricomincerebbero i deliri, le stregonerie e gli incantesimi cui ho dovuto gi assistere una volta, ma che non vorrei provare una seconda. Resti dov' cresciuto e che se la sbrighino con lui i suoi compatrioti".
Galeide rise di cuore e disse:
"S, meglio di tutto sarebbe scrivergli di non venire. Ma" soggiunse abbassando la testa "credo che verrebbe lo stesso".
Pensai che lo deducesse dal tenore del messaggio e chiesi se fosse stato cos sfacciato da far valere su di lei una specie di diritto. Disse di no; del resto potevo leggere la lettera che era scritta in una forma assolutamente corretta. Effettivamente lo scritto era redatto in un tono asciutto, anzi, freddo, direi, ma c'era nonostante tutto qualche cosa d'altro che quell'originale aveva saputo introdurre in una maniera stranissima, un che di inespresso, di trattenuto, di sconcertante che doveva spaurire l'animo turbato di una fanciulla assai pi di un'aperta confessione d'amore.
"Ha una maniera contorta di scrivere, tale quale  lui," dissi stizzito restituendo la lettera a Galeide.
"S", disse lei, "mi par di vederlo, con la penna stretta nel piccolo pugno ostinato".
Questa osservazione mi spiacque, e pi ancora il sorriso estatico che le era passato sul viso; parve accorgersene anch'ella e si affrett a cambiar discorso; poi entr in casa prima di lasciarmi il tempo di rispondere.
Quando ci ritrovammo tutti e tre a cena, il bisnonno, Galeide ed io, ella mi signific con uno sguardo di non dir nulla della lettera di Gaspard, ed io le compiacqui quantunque lo interpretassi come un cattivo segno. Era molto pallida e non mangi un boccone; parlava invece pi animatamente del solito. Apparve visibilmente sollevata quando di l a poco il bisnonno si ritir in camera, e mi invit a suonarle qualche cosa; perci ci recammo nella sala da musica ed io incominciai a suonare a memoria, senza accendere la luce. Le grandi finestre della sala erano aperte e soffi di aria tiepida, non pi forti dell'alitare di un'ala di d'uccello, portavano dal giardino il profumo dei cespugli fioriti. Suonai alcune melodie popolari ricordandomi che Galeide le aveva sempre udite volentieri fin da quando era bambina. Intanto avevo quasi dimenticato il disgraziato incidente del pomeriggio quando all'improvviso un suono sfuggitole dalla gola, mezzo gemito e mezzo singhiozzo, mi fece voltare. Era seduta nel vano della finestra, che era sempre stato il suo posto preferito, aveva appoggiato la testa alla crociera e si torceva le braccia con dei gesti cos disperati che le maniche larghe ne erano ricadute all'indietro lasciandole scoperte tutte: la loro straordinaria bianchezza riluceva nell'oscurit come marmo. La chiamai per nome spaventato ed accorsi.
"Ludolf", disse quando le fui vicino, "non serve nasconderlo e del resto non ne sono capace. Vedi, sar delirio, immaginazione o malattia, quel che vuoi; cosa importa se il fatto c'? Nell'attimo in cui ho visto la scrittura di Gaspard mi sono sentita tornare come allora, quando lo vedevo tutti i giorni. So che adesso mi darei a lui corpo e anima se fosse qui davanti a me. Tutto  finito, sono perduta!"
"Lo sapevo bene," dissi fuor di me; "me ne sono accorto subito. Maledetti questi Leroy! Sono stati la nostra rovina. Com' possibile! Ma gli scriver io, a quel corvo del malaugurio, che non si metta in mente di venire qui!"
Allora Galeide esclam spaurita:
"No, no; a cosa servirebbe? Posso diventar la moglie di Ezard, disperata come sono, mentre prima avrei dato l'eterna beatitudine per esserlo? Vorrei vederlo ancora una volta, poi lasciatemi morire; non so pi cosa dire".
"S, forse sarebbe meglio che venisse," dissi io, "ma per un altro motivo. Perch appena lo vedrai ti renderai conto come la tua fantasia abbia lavorato nel frattempo ad ornare ed abbellire la sua immagine. E se poi lo vedrai vicino a Ezard il tuo cuore finir per ragionare e imparer a distinguere la gemma dal sasso".
Non protest per il confronto, solo scosse tristemente la testa. Dopo aver guardato alquanto fuori verso il giardino pallido e tiepido, trasal all'improvviso e disse in fretta a mezza voce:
"Quante volte ho passeggiato qui con Ezard nelle notti d'inverno e d'estate. Eravamo cos infelici allora, eppure tanto felici. Non lo posso descrivere. Lo ricordo ancora, ma non riesco pi a provarlo. Allora sapevamo di commettere un grande peccato, ma non lo sentivamo. Ti giuro che non l'abbiamo mai sentito, altrimenti, come avremmo potuto farlo? E tutto  stato per niente".
Balz dal suo posto e cominci a camminare su e gi per la stanza, ora premendo convulsamente le palme contro la fronte, ora tendendo le braccia quasi volesse uscire di s, e sarebbe potuta sembrare una mimica teatrale se non vi si fossero chiaramente distinti i segni inconsci di una vera, legittima disperazione. All'improvviso venne da me e posando sulla mia la sua mano ghiaccia disse supplichevole:
"Va da Ezard! Digli che venga, per favore! Ho tanta paura, non resisto pi".
Questo rimedio mi parve buono ed io uscii subito per chiamare Ezard, quantunque mi riuscisse assai grave informarlo dell'accaduto.
Rimase ancor pi atterrito di quanto mi aspettassi. Ogni colore di vita sfugg dal suo viso ed io fui d'un tratto persuaso come Galeide, che ora tutto era perduto davvero. Facemmo insieme in silenzio il breve tratto fino a casa nostra. Quando entrammo nella sala da musica, buia come l'avevo lasciata, Galeide si rialz dal tappeto sul quale doveva essere giaciuta, gli vol incontro, lo trasse verso una sedia, gli si inginocchi vicino e si strinse a lui. Non disse nulla, ma ripet pi volte in fretta il suo nome, come uno scongiuro. Dopo un certo tempo Ezard disse:
"Galeide, non ti posso cedere a nessuno. Non posso. Non chiedermelo perch non posso". Ella rispose:
"Ma no, non devi. Ti ho chiamato soltanto perch tu non mi abbandoni. Tienimi forte, non lasciarmi; ho tanta paura!"
"Oh, Galeide," disse egli con una voce che sembrava greve di lagrime, "puoi dunque amare un altro davvero? Ma non  possibile! Tu dimentichi il tuo Ezard! Non  possibile".
Allora Galeide gemette ad alta voce ed esclam:
"Non so se sia amore o cos'altro sia, ma non posso farlo soffrire. Oh, Ezard, uccidimi; aiutami e uccidimi". Egli l'afferr per le spalle e la guard a lungo in viso, poi lasci cadere le braccia e disse:
"Disgraziato me, non posso far neppure questo. Non posso ucciderti".
Galeide gli si strinse ancor pi dappresso e disse a mezza voce:
"Ma se tu mi vedessi vicino a lui, potresti, allora? S, allora potresti".
Mentre egli taceva pieno di raccapriccio, io, inorridito da quei discorsi, mi avvicinai e dissi:
"Voi non fate che pensare a voi stessi. Pensate anche a noi. Galeide, tu devi vincere la tua follia".
"S," disse lei umilmente, "dovrei, ma sento che non posso. Mi conosco troppo bene; potrebbe anche darsi che lo sposassi. Vorreste assistere ad una fine cos vergognosa? Vedi, Ezard, per quanto io possa amare un altro, tu sarai sempre per me al di sopra di tutti e non voglio che tu subisca alcuna umiliazione da me. La mia morte potresti sopportarla, ed anche tu, Ludolf. Pi che per voi, mi dispiace per il bisnonno. Non avrebbe dovuto veder tutto questo".
Restammo seduti insieme al buio per alquanto tempo. Era mezzanotte passata quando io me ne andai, mentre essi rimasero ancora nella sala. Molto pi tardi udii Galeide andare in camera. Respirai quando la rividi il mattino dopo, perch tutta la notte aveva pesato sul mio cuore l'incubo di non rivederla pi viva.
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37.
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Quanto a Gaspard, la cosa pi saggia mi parve di non far nulla; non gli fu risposto e da questo egli avrebbe dovuto concludere che la sua venuta non era precisamente gradita; se invece l'avessimo invitato a rinunciarvi, questo forse l'avrebbe determinato ad affrettarla, tanto era ostinato e ribelle. Nel contegno di Ezard l'unico cambiamento fu che da quella sera non venne pi a trovarci; diceva che non poteva vedere Galeide cos. Galeide si preoccupava di lui ed insisteva perch io andassi a trovarlo il pi spesso possibile, perch non stesse solo, ed io lo facevo volentieri, tanto pi che la mia compagnia sembrava essergli cara. Spesso rimanevo con lui anche la notte perch le notti erano il suo tormento pi insopportabile quando non riusciva a dormire o faceva un sogno, per molte notti consecutive sempre lo stesso sogno che ora racconter. Sognava che due spiriti, mio padre e il suo, entravano nella sua stanza, avvolti in un lenzuolo bianco, attraverso la porta chiusa e che egli, quantunque irrigidito dallo spavento, si alzava a sedere e li interrogava: "Chi cercate?" Ed essi, con voce bassissima, ma nettamente percepibile rispondevano insieme: "La terza".
Quando Ezard me lo raccont, un orrore gelido mi colse ed io dissi con uno sforzo:
"E poi entra Lucile?"
Ma Ezard scosse la testa e mi guard con i suoi occhi neri, aridi:
"No", disse, "Lucile non entra. Non cercavano lei".
Capii benissimo da quali pensieri avesse avuto origine quel sogno, eppure fu in quel momento come se il destino stesso si fosse messo tra noi due, simile ad un fantasma invisibile e ci guardasse con uno sguardo cui non potevamo sfuggire.
Passarono alcuni giorni durante i quali io non feci che aspettare di ora in ora l'arrivo di Gaspard, preannunciato da qualche sintomo pauroso. Ma la realt pu fare a meno dei tuoni e dei fulmini senza i quali la fantasia non pu rappresentarsi alcun avvenimento importante, poich essa  senz'altro sicura del suo effetto, appunto perch  reale. Gaspard arriv un giorno in cui per la prima volta l'avevo completamente dimenticato, un giorno che Galeide doveva suonare di nuovo in un concerto. Il primo era infatti tanto piaciuto che le si era chiesto di ripeterlo e la proposta aveva incontrato l'approvazione generale, tanto pi che si era nuovamente offerta l'occasione di unirvi uno scopo benefico. Galeide si era dichiarata disposta. Quando giunse il pomeriggio fissato fu mandata a prendere in carrozza per tempo: proprio nel momento che mi disponevo a recarmi in chiesa a piedi, giunse Gaspard. Tale fu la sorpresa che la mia collera quasi cadde; comunque non gli diedi troppo cortesemente il benvenuto, tuttavia non potei fare a meno di dirgli dove andavo e di chiedergli se voleva unirsi a me. Andammo cos insieme, e mentre Gaspard mi irritava col suo francese e con la sua aria di saggia superiorit, io cercavo con angoscia il modo di renderlo, se possibile, inoffensivo a Galeide. In chiesa scorsi subito Ezard che, se non poteva sopportar la vista di Galeide, pure voleva sentirla. L'avrei scansato volentieri, ma avendomi riconosciuto egli si era aperto un varco verso di me attraverso la folla e si accorse di Gaspard solo quando si trov faccia a faccia con noi. Si salutarono e certo dovettero reprimere un sentimento d'odio, Ezard a causa di Galeide e Gaspard a motivo di sua sorella. Ma credetti di accorgermi che entrambi, ad onta di questo, provarono un compiacimento reciproco, e, mentre cercavo di guardare Gaspard con gli occhi di Ezard, anche ai miei egli parve meno insopportabile. Il suo contegno era come sempre bizzarro; in ogni istante egli dava un'immagine compiuta del suo carattere. Dal nostro posto si poteva vedere Galeide piegandosi all'indietro e ruotando poco comodamente il busto. Egli trov subito questa posizione, la prese e si mise ad osservare mia sorella senza smettere un momento, e precisamente attraverso un paio d'occhiali. Non disse una parola sulle musiche eseguite, non si cur minimamente di Ezard e di me, ma dall'espressione animata della sua fisionomia si capiva che stava accarezzando sogni e progetti fantastici. Mi accorsi che seguire quel gioco era assai interessante, anzi affascinava, e d'un tratto mi resi conto come potesse nascere in alcuno il desiderio e l'impulso di farsi padrone di quell'anima capricciosa per deliziarsi delle sue stranezze. Quando sorrideva, il suo viso aggrondato si rischiarava di una dolcezza cos inattesa che si era tentati di fare o dire qualcosa perch si ripetesse quello spettacolo simile a un levar del sole; tanto pi con un cuore tanto insaziabile e puerilmente avido come quello di Galeide. Mi pareva che bisognasse assolutamente nascondere Gaspard, coprirlo, insomma renderlo in qualche modo invisibile, affinch ella non lo vedesse. Al termine del concerto sperai di poterlo trascinare inosservato nella calca verso una porticina laterale, certo senza sapere cosa ne avrei fatto poi. Ma per combinazione Galeide capit nella navata, forse per cercare Ezard, e d'improvviso ce la trovammo davanti. Non cadde per terra come colpita dal fulmine, non vacill n mut colore, perch proprio quando veniva colta all'improvviso da un'emozione violenta sapeva meglio padroneggiarsi. Ci fece col capo un cenno di saluto e diede la mano a Gaspard; entrambi si sorrisero come due che hanno insieme un segreto innocente e si fanno un cenno d'intesa. Ma poi Galeide si volse in fretta a Ezard, pregandolo di accompagnarla alla carrozza e si accomiat da noi con un saluto breve. In tal modo Gaspard rimase con me ed egli parve trovar naturale che io gli offrissi la nostra ospitalit, come del resto non avrei potuto evitare senza una spiegazione formale. Che Galeide si fosse allontanata cos bruscamente da noi ed avesse pregato Ezard di accompagnarla, sembr tuttavia stupirlo; il suo viso era mutato di colpo, come una valle dopo che il sole  calato dietro i monti. Il cruccio vi si dipinse in modo cos esagerato che gli diede non soltanto l'aspetto di un uomo triste, bens anche di un malato, ed io fui di nuovo indotto a pensare quale tentazione dovesse essere per una donna che ne avesse il potere, richiamare sotto quella fronte rannuvolata quel riso d'oro. Appena giunti a casa mi recai immediatamente da Galeide che trovai sola in camera, e le chiesi cosa si doveva fare. Dire tutto a Gaspard affinch se ne andasse? Ma ella mi strapp impetuosamente la promessa che mi sarei astenuto da alcunch di simile:
"Se gli dicessi tutto," disse, "mi odierebbe e questo non posso sopportarlo. Diglielo quando sar morta".
Ma subito dopo mut di nuovo avviso e disse:
"Potessi dirgli tutto, e poi domandargli se mi odia o se mi ama ancora. S, questo vorrei; dirgli come gli voglio bene e poi morire. Ma come potrei fare tanto male a Ezard? Non lasciarmi sola con lui neanche un momento, hai capito? Che il mio cuore non si dimentichi".
Replicai se non era meglio che non lo vedesse neppure; per quella prima sera poteva facilmente accusare un'indisposizione onde non dover comparire a cena. Disse che l'avrebbe fatto, ma vedevo bene quanto le costava ferire l'amato in un modo cos crudele e dubitai che fosse capace di mantener la promessa.
Mentre Gaspard, non ostante il dispiacere sempre pi vivo, si intratteneva assai graziosamente col bisnonno, sicch questi era tutto preso da lui, io tendevo inquietissimo l'orecchio ad ogni rumore; avevo infatti il presentimento che Galeide avrebbe finito per comparire e non sapevo come fare per allontanare prima Gaspard. Questi per non dava segno di volersi ritirare e stava come me in ascolto, se per caso un passo leggero non annunciasse Galeide. Accadde, come avevo previsto, che Galeide fin per cedere all'impulso del suo indocile cuore. Tutto d'un tratto apparve sulla soglia, luminosa e ardente, e ci guardava come per dire: ''eccomi, sono venuta lo stesso, non potevo far diversamente". Quando s'avvicin vedemmo che teneva tra le braccia un gattino dal pelo maculato bianco e nero, che a sentir lei doveva esser entrato in casa di nascosto; l'aveva trovato in camera sua ed ora voleva tenerlo. Si premeva sul petto la morbida bestiola e questa strofinava il musetto contro il suo collo. Si sedette un poco lontano da noi su di una seggiola e cominci a giocare con il gattino ammirando e lodando i grandi occhi rotondi, le zampine delicate e tutto il resto. Gaspard non si era mosso quando Galeide era entrata e non aveva detto una parola, ma la guardava nel modo che gli era proprio, senza distogliere gli occhi da lei, con un ardore fermo. Ed io lo capivo benissimo perch Galeide, forse consapevole di essere soggiaciuta nella lotta con il suo amore, sembrava una bambina, cos umile, dolce e senza difesa come credo di non averla vista mai, ed era insieme calda per e forte come una donna, perch era appunto la passione che in lei aveva vinto. Non guard neppure una volta verso Gaspard, tuttavia subiva cos intensamente la potenza del suo sguardo che le mani che giocavano col gattino improvvisamente si sciolsero e la bestiola pot sfuggire. Gaspard l'acchiapp e si mise a maneggiarla un po' goffamente con i suoi pugni da ragazzo, sicch lo spettacolo era buffo e non privo di grazia, tanto pi che la sua testa scura risaltava magnificamente sul pelo bianco. Anche Galeide ora fu costretta a guardarlo e un riso franco e lieto le illumin subito il volto. Allora non resistendo pi a rivolgergli la parola:
"Non voglio che lei tormenti il mio gattino, monsieur Leroy", disse.
Egli replic con una risposta graziosissima e toccante:
"Non lo tormento; voglio chiedergli solo cosa fa perch lei gli voglia tanto bene".
Disse queste parole in tedesco, e poich la sua voce si faceva sempre un poco esitante e morbida quando egli parlava quella lingua difficile, segretamente amata per causa di Galeide, questo accrebbe la dolce impressione che esse dovevano gi di per s fare. Non seppi trattenermi in quel momento dal volergli bene, ma Galeide fu addirittura vinta dalla musica supplichevole di quel timido lamento, sicch non mi sarei meravigliato di vederla improvvisamente ai suoi piedi. Comunque era la sua anima che s'inginocchiava davanti a lui e che pareva di vedere, quasi fatta corpo, volare a lui dagli occhi, dalla bocca semiaperta e tremante. Senza alcun rapporto con quanto era stato detto prima, gli domand all'improvviso:
"Cosa devo fare per lei? Vuole che le racconti una fiaba? Vuole che l'accompagni al flauto? Che suoni il violino?"
Gaspard accenn con la testa di s; il gattino sfugg di nuovo e scapp dalla finestra aperta.
"Allora suoner, se vuole", disse Galeide alzandosi.
Ci recammo nella sala da musica, sita al piano superiore; solo il bisnonno rimase da basso per ascoltare di l. Gaspard aveva appena ripreso coscienza del suo potere su Galeide che gi se ne serviva per tormentarla come se ella fosse una ragazzina capricciosa ed egli volesse punirla d'essersi difesa cos a lungo. Dentro di s tremava di felicit e insieme di paura, temendo che il bene supremo della sua vita gli potesse sfuggire ancora; ma per quanto chiaramente si vedessero nei suoi neri occhi i lampi di uno struggente amore, cercava, pieno di orgoglio e di vanit, di darsi un aspetto tutto differente e si mostrava incontentabile, dicendo che questo e quel brano non gli piacevano, e che quel giorno di violino ne aveva avuto abbastanza.
"Cosa devo fare, allora?" chiese Galeide con pazienza.
"Canti qualche cosa," disse quello sciagurato come se fosse naturale che Galeide mangiasse anche dei ragni se egli gliel'ordinasse; e poich ella modestamente obiettava di non essere un'artista, egli disse nel medesimo tono dolcemente autoritario:
"Canti lo stesso".
Mentre io pensavo se non era il caso di prendere seduta stante quel mostro per il colletto e strangolarlo, Galeide si mise a sfogliare le sue musiche finch ebbe trovato qualche cosa da cantare, poi si sedette al piano per accompagnarsi. Ma la voce le si spezz fin dalle prime note, probabilmente perch dentro di s era troppo eccitata, ed ella s'interruppe e disse:
"Non posso".
"Allora perch dice che vuol fare tutto quello che voglio?" insistette quello sciagurato.
"Provi ancora," replic Galeide. "Dica quello che vuole. Vuole che mi butti dalla finestra?"
Si era rigirata sullo sgabello, sicch ora gli sedeva proprio dirimpetto e lo guardava apertamente in faccia. Egli era l immobile, come il Michelaccio sul quale si rovescia una cornucopia di delizie e se ne sta ritto e quieto perch il bel miracolo non scompaia.
"Vuole?" chiese Galeide ancora una volta piano.
Egli fece di s con la testa e disse con la sua cantilena solita:
"Oui, mademoiselle".
Subito ella si alz e and alla finestra pi vicina; erano tutte aperte perch la notte era tiepida. Gaspard la seguiva con gli occhi, sorridendo in silenzio, e forse pensava: "come far ora a tirarsi d'impaccio? Ma prima lascer che si dibatta un poco." A me invece vennero meno i sensi; vedevo e non vedevo, sapevo cosa sarebbe successo e tuttavia non mi raccapezzavo. In un baleno ella si era slanciata sul davanzale della finestra e la sua figura si stagli alta e libera contro il cielo. Poi rise piano, un caro, breve riso squillante, come faceva sempre quando aveva in mente una monelleria. S, rideva di lui, del Kasper; ma cosa le costava? Tutta la sua splendida, giovane vita, perduta irreparabilmente. Non s'era ancora spento il suono gentile della sua voce che gi giaceva morta fra i gigli fioriti sull'aiuola davanti alla nostra casa.
Non ho mai potuto rassegnarmi che fosse davvero scomparsa dalla terra, che non fosse possibile ritrovarla in qualche luogo, nell'interno di un monte o sopra qualche cima solitaria. Ancora adesso, quando cammino da solo lungo il declivio al margine del bosco, mi sembra spesso di doverla veder sbucare all'improvviso tra gli alberi col suo viso raggiante e tendermi le mani morbide e robuste. Oppure di sentir la sua voce rispondermi da qualche parte quando la chiamo per nome: Galeide, piccola, buona Galeide!
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38.
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Quella sera Ezard aveva errato nel nostro giardino. Amore e gelosia dovevano averlo spinto fin l, dove egli le era vicino senza tuttavia turbarla od influenzarla nelle sue decisioni. Ora era di nuovo sua: fredda, smorta e inanimata era pur tornata fedelmente a lui. Con la testa vicino al suo petto egli passava adesso accanto a lei lunghe ore e nessuno pensava di allontanarlo. Ogni tanto si rialzava e la contemplava a lungo; poi scuoteva tristemente il capo, come se non riuscisse ancora a raccapezzarsi. E certo per lui, che aveva visto e vissuto tutto questo sin dagli inizi, c'era ben motivo di scordare ogni altra cosa e di conservare sulle labbra unicamente la domanda: Ma  possibile?  possibile?
Il bisnonno, che quella sera aveva atteso gli accordi del violino che non avrebbe udito mai pi in vita sua, era stato colto dall'evento completamente alla sprovvista e disarmato. Forse gli si sarebbe potuto dire che la morte di Galeide era dovuta ad un accidente e risparmiargli cos lo strazio inaudito che la sua prediletta, il suo idolo avesse commesso il grave peccato di cui, secondo la sua opinione, si macchia il suicida; ma a parte il fatto che sarebbero mancati il tempo e la prontezza di spirito per mettersi d'accordo, la limpidit e la dignit della sua persona sembravano vietare anche l'inganno pi pietoso. Quantunque avesse gi passato la novantina, la sua tenace natura aveva conservato intatta la sua originalit, sicch in questa tremenda circostanza egli si comport proprio come si sarebbe potuto esattamente prevedere dal suo contegno in tempi passati. Il suo cieco amore riusc vittorioso di tutti i suoi princip e delle sue convinzioni pi solide. Egli non avrebbe tollerato neppure il biasimo pi riguardoso verso Galeide; poco per volta ne aveva fatto una santa, titolo cui ella certamente non avrebbe preteso e difficilmente avrebbe potuto a buon diritto pretendere. Tuttavia egli era troppo repentinamente caduto dall'altezza delle sue smodate speranze. Di punto in bianco le sue forze declinarono, come nella fiaba l'uomo che  vissuto nel mondo cento anni senza saperlo e improvvisamente, alla vista delle tombe dei suoi avi, si dissolve in un mucchietto di cenere.
Pochi mesi dopo la morte di Galeide, mor pienamente consapevole e preparato, e ancora negli ultimi momenti suscitava quell'ammirazione che tanto volentieri si porta ad un uomo completo e di forte carattere. Negli ultimi giorni, pensando che presto non avrebbe pi potuto occuparsi di me, mi fece una quantit di raccomandazioni sul modo come avevo da comportarmi, entrando nei particolari pi minuti: cosa dovevo e cosa non dovevo mangiare, e come vestirmi nel modo pi adatto d'estate e d'inverno per difendermi dai raffreddori. Poich spesso si smarriva nei suoi pensieri confondendo il passato con il presente, accadde pure che una volta mi pregasse di fare attenzione che Galeide non desse mai concerti in chiese non riscaldate e se avesse sposato Ezard ed avuto un bambino non si stancasse troppo e non si rovinasse magari la salute facendo gli esercizi col violino; senonch a mezzo dalla frase gli torn la memoria della realt ed egli la tronc prima di finirla. Restammo a lungo in silenzio assorti in pensieri cupi.
"Povero ragazzo!" diceva spesso quand'ero seduto al suo capezzale e mi guardava con gli occhi che andavano spegnendosi, davanti ai quali fluttuava un mare sconfinato di ricordi. S, come mi sentivo povero e abbandonato!
Alla sua morte vi fu una manifestazione generale inconsueta di simpatia. Quantunque egli fosse vissuto in disparte, ostinatamente indifferente al movimento della vita cittadina, pure la gente lo conosceva e lo rispettava per la sua et e per la forza d'animo con cui aveva sopportato tanti colpi del destino. Persone in gran numero accompagnarono pensose e riverenti la bara al cimitero; solo uno non cessava di piangere come un bambino, e questi ero io. Poich io non avevo visto soltanto allontanarsi dalla terra verso un'eternit ignota, in armonia con la saggia volont della natura, un vecchio sazio della vita! in lui io perdevo il babbo e la mamma, la casa e la famiglia. Con nessuno ero stato tanto spesso in disaccordo, eppure di nessuno ho cos amaramente sentito la mancanza. Cosa non darei perch all'improvviso mi guardasse al di sopra della spalla e dicesse: "Cosa stai scrivendo, bambino, con quei tuoi grossi caratteri confusi? Sciupi gli occhi a te e a quelli che li devono leggere. Voi ragazzi non sapete pi scrivere. Bene, leggimi quello che hai scritto, ma adagio e chiaro, che ti capisca anch'io, ragazzo sbadato che sei!"
"S, nonno. Ma anche tu in fondo preferisci gli sbadati ai diligenti".
"Prendi in giro il tuo bisnonno, sbarazzino? S,  vero, dovrei diventare molto pi buono e pi saggio. Dio me ne dar il tempo e la forza".
Dopo la morte del bisnonno Ezard venne a stare con Harreke in casa nostra. Eva aveva lasciato la citt insieme a Heileke, la sua bambina, per andare a vivere vicino ai suoi, non tanto perch desiderasse lasciare noi e rivedere quelli, quanto perch credeva bene di uscire dal cerchio magico degli Ursleu. Anna Elisabetta soprattutto gliel'aveva consigliato.  cos, aveva detto; gli Olethurm e gli Ursleu non vanno bene insieme; voleva forse vedere, Eva, che un giorno la sua bambina e Harreke formassero una coppia? Bisognava a un certo punto mettere la parola fine; il destino aveva parlato chiaro abbastanza. Allora Eva part; credo che lo facesse anche per non restare vicino a Ezard, ora che entrambi, ella e lui, erano liberi. Abbiamo continuato a scriverci, ma non l'ho pi vista, n lei, n la sua bambina, la bianca Heileke.
La considerazione di cui ora godevamo nella nostra citt era quale avremmo potuto sempre desiderare. La gente ci dimostrava un grande rispetto e non se ne aveva a male che vivessimo il pi possibile lontani dal commercio degli uomini. Seguendo l'esempio di suo padre, Ezard aveva fatto donazione alla citt della parte della sua sostanza impiegata nell'impianto idrico, sicch ora a questa non rimase che da assolvere i suoi impegni verso il norvegese. Che l'impianto si dimostrasse ottimo ed assai utile fu considerato quasi un merito degli Ursleu e questo era giusto, per lo meno nel senso che su di loro erano caduti nei tempi cattivi anche i rimproveri e le accuse. Quello che era rimasto della sostanza di Ezard all'epoca della morte di Galeide e del bisnonno non era molto; ma esercitando con attivit infaticabile l'avvocatura, cui non aveva rinunciato sebbene gli fosse stata offerta una onorevole carica cittadina, gli fu possibile mettere ogni anno da parte delle somme notevoli. Prendeva un interesse alla vita ormai unicamente per questo scopo. Era suo fermo proposito, diceva spesso, lasciare a suo figlio una sostanza solida. Non che intendesse offrirgli in questo modo la possibilit di vivere nell'ozio; al contrario, sperava di mantener vivo in lui attraverso il suo esempio l'impulso e il desiderio di una vita operosa. Ma era d'opinione che una felicit salda e durevole possa nascere solo sulla base di un possesso assicurato. La miglior cosa, diceva, sarebbe che questo possesso consistesse in terreno da cui lo stesso proprietario dovesse ricavare il reddito a furia di lavoro e di fatiche. Rimpiangeva sempre di non vivere in mezzo ai campi come un agricoltore. Del resto sapeva benissimo che molto denaro finisce spesso con il portar disgrazia agli uomini e col guastarli. Ma nel preparare la strada a suo figlio non poteva prevedere tutto: gli avrebbe dato quello che poteva: la possibilit di svolgere le belle, utili doti che la natura gli aveva largito ed i mezzi per servirsene efficacemente nella vita.
Secondo queste speranze crebbe Harre. Era di animo sensibile ed incline a sognare e perci fu un bene che vi fosse in lui una goccia di sangue straniero, come ho gi detto sovente, perch a questo si deve se egli fu pi portato all'ordine, alla misura e alla moderazione di quanto non fossero per natura i suoi antenati paterni. Noi ci studiavamo di sviluppare particolarmente queste sue qualit e man mano che egli cresceva si fondevano in buona armonia i due lati del suo carattere, sicch si poteva aver fiducia che egli non si sarebbe mai lasciato indurre ad abbandonare una strada una volta che l'avesse presa, e che mai ne avrebbe scelta una che, se anche non molto percorsa, non conducesse con certezza ad una meta buona. Possiamo confidare che se anche non tender impetuosamente alle stelle, non porr la sua meta in luogo basso e che finir per raggiungerla usando costanza, prudenza ed energia.
Ezard aveva cinquant'anni quando mor per una malattia da infreddatura, buscatasi per la mania di andare attorno con qualunque tempaccio, che si era andata rapidamente aggravando. Sembrava ringiovanito quando lo vidi disteso morto davanti a me; la sua bellezza aveva maggior nobilt che in vita, ora che la calda passione umana l'aveva abbandonato. Cos'era stato, dunque, ad attirargli e ad avvincere a lui tutti gli uomini? Accanto alle opere buone e belle da lui compiute, altre ve n'erano che si dovevano assolutamente disapprovare, anzi, giudicare colpevoli.
Ma non  questo che determina quello che noi sentiamo per un uomo. La natura ce lo pone davanti e ci addita in lui una sua creazione che deve o piacerci o dispiacerci. Si sono scritti molti libri per spiegare i motivi onde abbiamo da trovar belle alcune celebri sculture greche, ma tutto ci non serve; se tutti quei libri fossero bruciati e non si sapesse pi nulla del loro contenuto, gli uomini non tralascerebbero per questo di ammirare come prima e di starsene rapiti davanti a quelle creazioni. Resta sempre un mistero come mai un uomo sia tanto amato, ed un altro che pare assomigliargli in ogni sua qualit lo sia tanto poco. Si  favoriti dagli uomini quando lo si  dalla natura e si  stati creati da lei sotto una stella felice. A chi sarebbe lecito riprovare quello che essa nella sua saggezza ha benedetto? In un uomo simile noi non esaltiamo il merito, poich egli non ne ha alcuno, sibbene (quantunque non sempre ne siamo consapevoli) la potenza che lo ha creato, qualunque nome le si voglia dare. Come sempre ai suoi favoriti, la natura aveva dato a Ezard felicit e sventura, dispensandole con entrambe le mani in misura uguale, e presto lo tolse dalla terra; poich essa vuole che ci che sulla terra fu perfetto non decada. Come gli eroi dell'antichit erano trasportati nei loro giovani anni fra le stelle, dove belli e vigorosi gioivano della loro immortalit, cos essa fa morire le sue creature pi nobili affinch la terrena caducit non le intacchi. Ezard giaceva nella bara come un vincitore che i celesti chiamano a s perch il suo lavoro in terra  compiuto. Pensare a lui non mi intenerisce, ma mi d forza e vigore.
Cos avrei voluto essere io. Ma anche averlo conosciuto  bene; e averlo amato considero sia il mio ricorda migliore.
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39.
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Voglio parlare ancora di Gaspard, lo sciagurato autore della nostra rovina, prima di chiuder il libro della mia vita. Dalla sera che Galeide mor, la mia collera verso di lui era sbollita. Infatti quello che egli ebbe a soffrire, fino a che seppe tutto quanto aveva fatto la causa di quella sciagura, sarebbe stato abbastanza per disarmare il nemico pi acerrimo. Dato il suo carattere chiuso e l'abitudine di vivere per conto suo, come un'ostrica nel guscio, che nessuno se non con la forza pu aprire, egli non aveva altra risorsa che se stesso e nessuno poteva aiutarlo o consolarlo. Talvolta la sua anima solitaria sembrava supplicare dai neri occhi, chiedendo affetto e simpatia; ma non si sapeva da che parte prenderlo ed egli non lo insegnava a nessuno.
Per molto tempo non udimmo nulla di lui. Poi, dopo molti anni, seppi che era entrato in un convento della sua patria. Non ne fui molto sorpreso perch la sua tendenza alla malinconia e alla solitudine avrebbe potuto indurlo a quel passo anche se non si fosse aggiunto il dolore per Galeide. Io pensai che un convento antichissimo con volte sonore e anditi misteriosi fosse la tana adatta a quella talpa misantropa che ivi avrebbe potuto dimorare nascosta e dormire i suoi sonni brumali popolati dai pi indescrivibili e stravaganti sogni, e cedendo al mio antico amore per le montagne svizzere mi posi in viaggio per andarlo a trovare. Il convento sorgeva non lungi da una possente foresta di abeti ed era una costruzione abbastanza antica, di stile romanico, con mura spesse, larga e poderosa. Gaspard mi condusse nella sua cella che aveva un aspetto disadorno ma era piena di serenit e di pace. Sedemmo presso una finestra ad arcata, donde la vista si apriva sul quieto giardino del convento e, oltre questo, sulle foreste azzurre fino ai monti eccelsi. Avevo avuto in animo di parlargli di Galeide, ma ora il suo nome non voleva venirmi sulle labbra, a vedermelo seduto l davanti vestito della tonaca, come un monaco del Medio Evo, con quei suoi occhi tristi e appassionati. Parlammo dunque di altre cose riguardanti la religione e la vita claustrale, ed egli parl in un tono tutt'altro che fanatico, con semplicit e buon senso. Certo, ogni articolo della sua fede egli lo considerava irrefutabile e non se ne sarebbe scostato nemmeno d'un capello, a dispetto di tutti i diavoli. Nel corso della discussione si esprimeva talvolta in latino, quando la sua lingua materna non bastava a rendere le sottigliezze della scolastica pi sofistica delle quali si serviva con molta facilit; parlava un latino non direi classico, ma il giro della frase pi moderno e l'accento francese per me insolito esercitavano sul mio orecchio un fascino singolare perch a quella solenne lingua morta infondevano un calore di vita. Quello che non avevo osato fare io, ossia parlar di Galeide, lo fece egli infine con disinvoltura, chiedendomi chi fosse venuto in possesso del suo violino e se non fosse possibile averlo.
Dissi che era appeso a una parete della mia stanza e che mi era caro, ma che gliel'avrei dato ugualmente; pensavo infatti che se avessi interrogato Galeide ella avrebbe risposto di s. E questo feci, non solo per vedere ancora una volta brillare in quegli occhi tristi e sulla bocca rassegnata, che non lasciava i scorgere quasi pi i danti bianchi e allegri, il sorriso che in quell'epoca terribile anche a me era parso cos attraente, ma perch quanto era stato intollerabile e penoso in quella passione fatale si era andato mitigando nella mia immaginazione per dissolversi del tutto, da quando Ezard e Galeide si erano di nuovo riuniti nella sacra dimora della morte.
Appena tornato a casa gli mandai il violino di Galeide e vi unii un mazzo di rose clte sulla sua tomba. Non rispose; ma io mi sono sempre figurato che il violino sia appeso vicino alla finestra dove allora sedemmo, dove lo sfiora la brezza che dal giardino alita nella stanza. Immagino che egli ogni tanto, quando sa che nessuno pu udirlo, lo prenda, e tenendolo fra le braccia timorosamente ma con fermezza, tragga dalle corde con le sue dita brune un po' impacciate una musica strana e infine, in una notte silenziosa, lo afferri e lo spezzi (e questo gli riuscir meglio) affinch nessuno possa suonarlo quand'egli sia morto.
Molti mi hanno giudicato un bigotto, altri invece un insensato per avere abbracciato la fede cattolica ed essere entrato in convento. In verit la professione di fede e la religione in genere nulla hanno da vedere con questo. L'ordine e la pace di queste stanze in cui penetra la luce delle mie care Alpi mi hanno attirato qui e mi convengono. Il fatto pi importante si  che in questa solitudine io sono murato come un morto nel suo sepolcro; se un giorno mi prendesse la folle nostalgia della vita, la cui magnificenza ancora sorride al sofferente in mezzo ai dolori che essa gli arreca, mi tratterrebbe la catena con la quale io stesso mi sono legato. E cos voglio che sia. Cos' mai, infatti, la vita dell'uomo? Come le gocce di pioggia che dal cielo cadono sulla terra, noi misuriamo la breve durata del nostro tempo, sbattuti qua e l dal vento del destino. Il vento e il destino hanno le loro leggi immutabili e secondo queste agiscono; ma che ne sa la goccia che essi spazzano davanti a s? Essa passa frusciando nell'aria insieme alle altre finch pu filtrare e perdersi nella sabbia. Ma il cielo le raccoglie ancora tutte e le rovescia di nuovo, e di nuovo le raccoglie e le rovescia, sempre quelle, e tuttavia diverse.
Ma io, Ludolf Ursleu, ne ho abbastanza della vita. Se mi fosse concesso di durare vorrei, come una stella, contemplare dall'alto con occhio benevolo i campi degli uomini, contemplare e sapere da una lontananza irraggiungibile. L'eternit degli uomini non mi attira. Eppure, se potessi tornar bambino e correre ancora una volta con Galeide, tenendola per mano, attraverso il nostro giardino in fiore incontro alla mamma sorridente, non sarei pronto a vivere cento anni di amarezze per questo solo istante? Oh, anima mia, taci; tutto  finito.
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FINE.